?

Log in

diosbios
26 September 2016 @ 08:25 pm
Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, in un tramonto che già sa di crepuscolo, gli occhi secchi che sbattono dalla stanchezza e il chiedersi se esagerare con l’ennesimo caffè.

Oggi in classe si è parlato di come l’inglese sia entrato, neanche tanto di soppiatto, nel tedesco.
Conoscete l’effetto: viene preso per il culo nella parlata milanese. Immagino che l’acredine che scatena sia dovuta al fatto che l’inglesismo viene abusato per una questione di status. Lo capisco: l’inglesismo è il nuovo latinismo. Eppure...
Oggi in classe si è parlato di come sia importante tutelare le lingue dall’influenza dell’inglese. E lo capisco, quando si parla di un mero impoverimento. Ma quando e come è un impoverimento? Non sarebbe, in teoria, un arricchimento, l’avere a disposizione un maggior numero di termini differentemente connotati?
Oggi in classe si è arrivati a parlare di come l’inglese sia superusato come seconda lingua. Si è arrivati a parlarne male, generalmente male, nel senso di: in termini generici, senza che io potessi più capire che si stesse dicendo.
Si è parlato di tradurre qualsiasi parola, anziché importarla come prestito, e al contempo dell’unicità delle lingue e quindi dell’intraducibilità di alcune parole. Nello stesso discorso.
E io mi sono persa.

Che problemi abbiamo con le lingue?
La mia, di lingua, ha dalla sua quell’unicità che si rivendica per tutte le lingue madri. Solo che la mia, di lingua, è una mescolanza di altre lingue. Parlo, ascolto, leggo, scrivo, penso e sogno in italiano e in inglese. Un po’ anche in tedesco, a volte, ed è solo questione di tempo: ancora qualche forse mese, forse anno, e andrà a far compagnia all’italiano e all’inglese. Chissà a quale sfera semantica, o a quale agglomerato di sensazioni, si uncinerà.
Al momento – in questo periodo di tartassante studio della lingua tedesca – tutto si mescola.
Gültig, ad esempio, in questi giorni ha bellamente soppiantato valid. Smetterà, lo so, ma chissà poi a che cosa toccherà. Per non parlare poi di quel breve verso gutturale che ho cominciato a fare anziché alzare le spalle e dire «Boh!». (Devo insegnarlo, il «Boh!», spalle comprese, come insegnante di italiano.) Non se sia questo a essere il miglior esempio del livello di pervasività che il tedesco sta avendo sulle altre lingue che parlo, o la mia sintassi italiana e inglese, che stanno andando a puttane (ossia stanno seguendo quella tedesca come due deliziose fan). Si assesteranno anche queste cose in un nuovo equilibrio, ma non so che ne verrà poi.
Dopo l’inglese, ad esempio, il mio italiano ha acquisito la forma stare facendo, che sfocia in stare essendo (con il verbo essere si nota di più che con altri verbi, ma la pervasività con cui ha sostituito altre strutture italiane c’è ed è generale), stare venendo fatto, etc... Parliamo poi dell’essere supposti essere, che ha compensato alla mancanza, in italiano, di una differenza tra must-müssen/should-sollen. Non c’è purtroppo una coppia di verbi italiani che io possa contrapporre per rendere questa sfumatura, e così sono caduta sull’essere supposti essere in alcune frasi.
Non riesco a vedere questa come una perdita. L’italiano, come ogni lingua, ha carenze (l’inglese e il tedesco mancano della varietà di tempi verbali al passato dell’italiano; l’italiano della varietà di tempi verbali al futuro dell’inglese; al tedesco manca il gerundio; all’italiano due modi diversi di usare l’impersonale passivo), e a queste carenze il mio cervello sopperisce pescando dalle lingue che conosce. Non sentirei il bisogno di sopperirvi, probabilmente, se non concepissi quello che all’italiano manca. E’ proprio questa mancata percezione della ripartizione del mondo tipica di una lingua straniera X a renderne veramente difficile lo studio. Il resto è ripetizione in un contesto.
Ora, intendiamoci: non scriverò un articolo accademico abusando di stare essendo ed essere supposti essere. Ma perché dovrebbe essermi più difficile dell’evitare di scriverlo scrivendovi c’ha o gli sta bene? Abbiamo (o, perlomeno, necessitiamo d’avere, se vogliamo fare certe cose) padronanza di diversi tipi di sottolinguaggi, e la capacità (o, perlomeno, necessitiamo d’averla, se vogliamo fare certe cose) di selezionare quelli adatti al contesto. Sappiamo modulare il lessico, la sintassi, persino la struttura del testo. Perché dovrebbe essere diverso quando si parla di parlare più lingue?
Le parole italiane che più s’indeboliranno nella mia testa saranno probabilmente cose come contrassegno, ossia quelle parole che non userò più in italiano, e per cui userò un equivalente in tedesco. Ma ci sono poi intere strutture mentali nella mia testa che l’italiano l’hanno visto di sfuggita: non saprei, ad esempio, scrivere un articolo tecnico nell’ambito delle relazioni internazionali, avendo appreso il discorso – e quindi le parole, ma anche il reasoning – direttamente in inglese. (In realtà ormai non saprei neanche scriverlo in inglese, non parlandone da eoni.) L’immaginario fantasy è stato scolpito nella mia testolina di bambina giocando a videogames in inglese. Ditemi mischia e penserò a una cosa: ma melee è altro. Include mischia e ressa, e... ha qualcosa di diverso, come enjoy non è godersi che non è genießen. E tutto questo fa letteralmente parte della mia esperienza. Fattuale.
Se dovessi lamentarmi di come la mia cultura personale va disperdendosi, non più rappresentata dalla lingua, avrei perso in partenza. Forse per questo non capisco i discorsi sul purismo del linguaggio: unificare la mia parlata spontanea a una sola lingua, fosse pure l’italiano, significherebbe rinunciare a parti di me. E’ così che si sente chi, cresciuto in un (teorico) monolinguismo, si trova davanti alla propria lingua modificata? (Come se le lingue, storicamente, non cambiassero in continuazione.)
(E non parliamo di come io abbia appreso molte varianti colloquiali dell’italiano verso i quindici anni, studiandole a tavolino nei discorsi e cercando di capire quando e come applicarle.)

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, a crespuscolo ormai spento, ad ascoltare musica blaterando di questioni astratte che il mio cervello non ha ancora riorganizzato.
Vorrei parlarvi di come in questi giorni io stia studiando la forma dadurch, dass per mostrarvi quali salti tripli la testa debba fare in certi casi per ri-pensare il pensabile ed esprimerlo, ma per parlarvene dovrei condividere con voi buona parte della grammatica tedesca che la precede. It sucks, oder...? Che per condividere si debba aver condiviso.
 
 
diosbios
15 September 2016 @ 06:32 pm
Il vecchio che vive nel palazzo davanti al nostro deve essere stato un mago. O così diciamo.
Esce sul balcone perlopiù per dare da mangiare agli uccelli. Posa il cibo e poi, furtivamente ma con grazia, rientra. Subito dopo i volatili arrivano a frotte. Si cibano, si attardano, volano via. Lui esce di nuovo e pulisce, con quei gesti da mago da cabaret che sono il suo marchio di fabbrica. Se lo incontrassi per strada e avesse le braccia legate non lo riconoscerei. Ma lo riconoscerei a cento metri di distanza, se sollevasse una mano.
Lo vedo al mattino, a volte, mentre sciacquo la tazza del caffè. A volte esce sul balcone e basta, senza apparente ragione, se non per dispensare la dose quotidiana di mani svolazzanti che disegnano opere d’arte nell’aria. A volte penso sia stato un direttore d’orchestra. O forse solo un musicista che, invecchiando, ha passato alle mani la musicalità che prima comandava le sole dita, o la sola voce, o magari solo le orecchie.
Vado adesso alla finestra e lo vedo comparire dietro il vetro. Fa uno sbrigativo gesto, come se stesse dicendo a un uccello: «Su, muoviti!» E poi scompare. Forse non parla con gli uccelli, ma con tutti noi qui fuori. Per questo ce lo immaginiamo cresciuto nella DDR, e immaginiamo quest’enorme fraintendimento: noi che guardiamo lui credendo gesticoli nella nostra direzione; lui che gesticola perché pensa di essere osservato. Chi lo sa? Qui tutte le ipotesi sono parimenti credibili: il mago, il direttore d’orchestra, il musicista, il paranoico. Direi anche «Il pazzo e basta.», ma qui non ci sono pazzi e basta. Si è sempre anche qualcos’altro.
Torno alla finestra mentre lavo quattro pesche tabacchiere (le adoro, e qui abbondano) e lui non c’è. Peccato. Ma ci sarà dopo.

Nell’ultimo anno in Italia uscivo sul balcone per fumare. A volte, sul balcone a sinistra al piano superiore, sedeva un vecchio coreano, lui e la sua bellissima pianta la cui specie ignoro. E lui mi ignorava, perlopiù, se non per qualche raro sorriso lieve nei rari momenti in cui distoglieva lo sguardo dall’orizzonte.
Il vecchio è morto, lasciando la moglie a vivere sola nell’appartamento. Durante le pause-sigaretta ci salutavamo: un lieve cenno della mano accompagnato da un sorriso, poco più di quello che accadeva tra me e il marito.

Queste persone non sapevano, non sanno, e forse non sapranno mai, quanto siano importanti per la mia vita quotidiana. Lo sono più di quelle con cui scambio parole – dal proprietario della panetteria sottocasa con cui ci si scambiano convenevoli di cuore all’insegnante di tedesco che mi fornisce chiarificazioni fondamentali. La loro importanza risiede proprio nell’anonimato. Siamo una persona chiunque l’una per l’altra, e in questo essere chiunque condividiamo l’intimità più insospettabile: quella della quotidianità. Quando poi viene apertamente riconosciuta con un sorriso e un saluto, a manifestarsi è il presupposto del convivere civile in senso positivo: ci si può aiutare a vicenda a far iniziare bene la giornata anche non conoscendosi. Basta un sorriso, o un cenno della mano.
Non so e probabilmente non saprò mai a chi siano rivolti gli aggraziati gesti del vecchio tedesco. Se stesso, gli uccelli, noi, il mondo. Ma, intanto, ce ne fa dono. E io ogni tanto torno alla finestra nella speranza di vedergli disegnare nell’aria una grazia che in un’altra vita sarebbe acclamata da una folla – e forse lo è anche in questa, solo che non lo so.
 
 
diosbios
14 September 2016 @ 08:56 pm
C’è qualcosa nei personaggi recitati da Di Caprio che mi strugge nel profondo.
Non tutti, s’intende. Ma c’è una continuità nel modo in cui ha ricoperto ruoli apparentemente non così simili, ma in qualcosa quasi indistinguibili. È l’essere intrappolato in vendette proprie e altrui (Gangs of New York), o il rimorso che consegue a un amore perduto (Shutter Island, Inception), o quando a tale perdita reagisce con una disperazione grandiosa (The Great Gatsby). È quel senso di oppressione della vita sulla nuca, una vita così colossale nei prezzi che chiede di pagare da prendersi fette di te per saldare il debito. Non sono esattamente le trame in cui ha recitato a essere collegate da un filo rosso (nonostante Gangs of New York e The Departed e Blood Diamonds abbiano molto in comune nel protagonista, così come Shutter Island e Inception), ma credo siano in qualche modo accomunate dal fatto di poter essere completate da un personaggio di quel tipo. Del tipo Di Caprio. Che non saprei come altro definire, facendo per me genere a sé.
Ma comunque.
C’è qualcosa nei personaggi recitati da Di Caprio che mi strugge nel profondo, e non so se sia più il suo essere un prediletto tra i miserabili o il rabbioso silenzio interiore di una persona che ha perso l’amore. Non lo so proprio. Però mi strugge e conforta al contempo. M’immagino questa vita che non ti lascia più molto spazio d’azione, se non uno così tanto ristretto da scatenare la piccola bestia isterica che risiede nell’uomo, e che ha il potere di realizzare grandiosità partendo dalla disperazione.
E questo nel corpo di un ex attricetto su cui nessuno avrebbe scommesso, con quelle fattezze da giovane promettente che si realizzerà al meglio bruciando, come una falena (Total Eclipse). Dà speranza. Come un Rimbaud non morto insensatamente. Un Antinoo non annegato. Un Alcibiade che ce l’ha fatta.

(E mentre mi struggevo sensualmente chiamando all’appello angeli sessuati, la vita ha affossato il lirismo facendomi sbattere il mignolo del piede sul bordo del letto e facendomi bestemmiare per tre minuti.)
 
 
diosbios
03 September 2016 @ 06:17 pm
Mentre faccio pausa dalla preparazione della lezione di martedì (vorrei tanto parlarvi dei miei apprendenti – passati, presenti e futuri – ma non soltanto c’è di mezzo la solita questione della privacy, che rispetto, ma anche un accordo di riservatezza firmato: affinerò sempre più l’arte di parlare di tutto senza parlare di niente, o viceversa), riprendo in mano il romanzo che sto leggendo (L’uomo che metteva in ordine il mondo di Backman) e lo apro all’altezza del post-it a pagina 123:

Un’ora più tardi, sono di nuovo nel garage di Ove. A quanto pare, l’imbranato ha un braccio e una gamba ingessati e dovrà restare in ospedale qualche giorno. Mentre Parvaneh lo informava, Ove aveva dovuto mordersi il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora toglie i fogli di giornale dai sedili della Saab, che puzza ancora orribilmente di gas.


Notate qualcosa di strano? No? Rileggetela di nuovo.
Ancora niente?
Neanche se vi dico consecutio temporum?
Dirvelo, più che aiutarvi, vi confonde? Un po’ confonde anche me, lo ammetto. Non sono neanche sicura di non averla menzionata a sproposito. A dirla tutta, non sono neanche sicura che lì ci sia un errore. D’altro canto l’uso del passato prossimo e del trapassato prossimo, quando usare l’uno e quando l’altro a seconda del tempo principale della narrazione, o meglio, del tempo a cui si riferisce, è stato al centro di diversi scambi che ho avuto con gli autori e le autrici di alcuni racconti che ho editato (nonché di qualche scambio con un’editor di professione).
Potrei, come ho fatto con gli autori e le autrici e l’editor di cui sopra, parlarvi di come il trapassato prossimo si usi per riferirsi un’azione che è passata rispetto al passato. Quel giorno mi svegliai alle 6. Mi era già capitato di svegliarmi così presto. Così come il passato prossimo si usa per riferirsi a un’azione che è passata rispetto al presente. No, grazie, non mi va un caffè. Ne ho già bevuto uno. (Paradossalmente, ma neanche troppo, ho imparato a razionalizzare l’uso del perfetto in italiano apprendendo quello inglese. Ma comunque.) E quindi:

Mentre Parvaneh lo informava, Ove si è dovuto mordere il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora...


(C’è un’altra postilla, a proposito di modali e tempi verbali: in teoria si dovrebbe usare, come ausiliare dei modali, quello del verbo che segue il modale – mordersi, qui, e quindi essere. Ma questo è in qualche modo secondario nel discorso che sto cercando, molto alla larga, di farvi.)
Gli scambi che ho avuto con autori e autrici mentre editavo sono stati dovuti proprio al caos che si spalanca quando in una narrazione usiamo flashback. C’è una linea narrativa al presente (No, grazie, non mi va un caffè, ne ho già bevuto uno.) e una al passato (Ma ieri sera lo avrei accettato: alle sette non avevo ancora bevuto un goccio di caffè.). Così sembra semplice. Quando però ci mettiamo a scrivere un racconto in cui presente e flashback si intervallano e richiamano l’un l’altro, il tutto sulla scia dell’ispirazione, a volte ci si perde. Per una frase, o per interi paragrafi, o addirittura per interi blocchi di narrazione.
Ma sto divagando.
(Ho detto che la sto prendendo molto alla larga, vero?)
Se ho messo un post-it all’altezza di quella pagina è stato perché quel trapassato prossimo poco convincente mi ha fatto ri-riflettere su una questione più ampia: quella della semplificazione della lingua. E non semplificazione nel senso di: Diciamo la stessa cosa ma con meno parole. E’ più un: Smettiamo di dire certe cose perché perdiamo la capacità di utilizzare le forme con cui esprimerle.
Oppure diciamo, senza volerlo, cose diverse, o cose ambigue:

«Ti va un caffè?»
«L’avevo già preso questa mattina.»
«Sì, ma adesso te ne va un altro?


Oppure succede il contrario: la mancante padronanza di una struttura fa sì che non venga neanche riconosciuta.

«Dal suo punto di vista, se tu l’avessi trattato bene, ti avrebbe risposto diversamente.»
«Ma io l’ho trattato bene!»
«Ma dal suo punto di vista l’hai trattato male. Quindi, se
dal suo punto di vista tu l’avessi trattato, diciamo, diversamente da come l’hai trattato dal tuo punto di vista...»
«Ma io non l’ho trattato male!»


Per casi come questi (e la loro escalation che fa sì che una serie di notizie in congiuntivo vengano rilette come fatti assodati all’indicativo; o che eventi di vent’anni fa vengano riletti come se fossero accaduti l’altro ieri, quindi come ancora rappresentativi delle tendenze attuali, senza considerare le svolte che hanno seguito un trapassato prossimo) si esce dalle discussioni prettamente linguistiche e si sfocia in altro. Non so bene che cosa sia, quest’altro. Non so quanto distante o vicino sia (d)all’analfabetismo funzionale. So che è un qualcosa che non riguarda più soltanto la padronanza di strutture della lingua, ma la capacità di rappresentare fatti e opinioni e di interpretare le rappresentazioni linguistiche di un fatto o di un’opinione. Che è una questione che è tutt’altro che intrappolata nei libri: è il pane quotidiano di tantissime cose, tra cui la pubblicità (che, nella maggior parte dei casi, non mente, perché non può mentire; ma può usare la lingua apposta perché sia vaga e conduca, nella sua vaghezza, all’interpretazione più utile a chi vende).
Non è un problema nuovo, né per il mondo né per me. Ma sta diventando un problema per me più cruciale ora che vivo in Germania. Ora che, ossia, la mia esposizione alla lingua italiana è limitata, e quella alla “buona lingua” dipende sempre più da ciò che leggo. Ed è importante, ciò che leggo, in queste settimane in cui il mio numero di refusi ed errori in italiano è esponenzialmente cresciuto mano a mano che apprendo il tedesco. E’ una fase e da tale passerà. Nel frattempo, dipendo dalla lingua esterna a me come una poppante. Dipendo dalla lingua a me esterna come qualsiasi persona le cui abilità linguistiche stiano andando formandosi (beh, dai, un po’ meno – o forse un po’ più, chissà). Per questo, quando inciampo in una frase che non mi convince, vado in paranoia in loop:
Ma quella frase è veramente scorretta?
 
 
diosbios
Winter is coming.
Lo si dice tutt’attorno. Lo dice il cielo certi giorni, e la luce che entra spenta come se si fosse in un interno artificialmente illuminato. Lo dicono le persone, quelle di qui e quelle che qui sono arrivate. Di premunirsi, dicono, prendere tutto il sole possibile, ricaricarsi come piante, e preparare le vitamine e i colori, colori in casa e luce di candele e lampade che ridiano alle camere un po’ del calore estivo.
Me lo diceva qualcosa, quest’estate, mentre cenavo con amiche. Ho detto loro di questo mio timore, questa mia quasi soggezione all’idea dell’arrivo dell’autunno. Di quanto spietata la sua idea sappia essere.

Viaggiare ridimensiona l’esoticità delle cose.
Qualche mese in Inghilterra, ed ecco che l’immaginario di Burton sembra un’appena creativa scopiazzatura di una vecchia casa inglese mal tenuta.
E ora, qui a Berlino, la minaccia di quest’inverno che arriva.

Intanto, le routine riprendono posto.
Sul tavolo: libri di tedesco, dizionari, schemi e appunti.
Sul letto: libro di italiano, fotocopie, lista presenze per il prossimo (si spera, se viene confermato) corso a venire.
Nel frigorifero ancora cibi da mangiare crudi, in testa già zuppe fumanti in cui intingere pane turco ricoperto di sesamo.

Le letture, questa volta, sono un po’ fuori ritmo, così difficilmente associabili alla quotidianità.
C’è un Der Vorleser da riprendere e finire, e intanto un L’uomo che metteva in ordine il mondo in lettura. Nella sua traduzione è inelegante, incespicante, mancante di sprezzatura. Così ieri, distesa sul letto per prendere altro, ho riaperto Il colpo di grazia di Yourcenar, ricordandomi del come, quando e perché me ne fossi innamorata. Potrei rileggerlo, così come dovrei rileggere L’opera al nero. Intanto, ci sono altri libri in attesa.
Il Mittner – colossale antologia della letteratura tedesca – nei suoi tre volumi che vanno dal 1820 al 1970 (e quanto mi spiace che Mittner, essendo morto, non possa scrivere di ciò che è venuto dopo). Un libro sull’etimologia delle parole tedesche, un Genet (l’ultima cosa sua in prosa che mi rimanga da leggere – e poi esaurito, come la Yourcenar, nell’attesa di poter, forse un giorno, leggerli in francese e innamorarmi da capo), un noir/thriller/whatever tutto contemporaneo da recensire, e poi chissà che mi riserveranno i mercatini delle pulci in inglese e tedesco. Verranno probabilmente altri romanzi di Schlink, la cui prosa è approcciabile in tedesco, e un giorno – chissà quando – Die Kunst der Bestimmung, romanzo che a detta di un madrelingua è a malapena approcciabile dei madrelingua (ma me ne sono innamorata; della storia, dei personaggi, dello stile che riesco a sfiorare quanto basta per desiderare leggerlo). E, nel mezzo: altri Foucault. Le parole e le cose che attende di fianco al cuscino. Un paio d’altri libri in italiano, un saggio sul Seicento. E poi chissà. Potrei divorarli tutti (a parte l’inapprocciabile ai madrelingua) in pochi mesi o vederli languire per metà anno, o forse più.

Una volta mi struggevo al pensiero di non riuscire a riportare accuratamente, e in un modo che mi permettesse di renderli ripercorribili, i miei percorsi mentali. Non so se nel frattempo io mi sia arresa, o se sia venuta meno la motivazione, ma è da un bel po’ che smetto di preoccuparmene. In compenso, ora vorrei fare lo stesso dei piccoli passi che compio quotidianamente. Non interiormente, né nel mondo là fuori: mi basterebbe tracciare quelli assorbiti dalle assi di legno di questa casa. Lo scricchiolare e il gemere dei pavimenti, il vento che bussa alle doppie finestre, lo scrosciare di un temporale estivo. Il quasi atono miagolare della gatta, il suo grigiore quasi perfetto, la luce azzurrina di alcuni momenti della giornata, così opposta a quella quasi dorata di altri. Cose così. Quel che compone una quotidianità. Per non parlare di quello che scopro all’esterno.

Credo di stare riuscendo nell’intento di vivere con vividezza il presente – che, credo, sia un modo estremamente ridondante di dire semplicemente “vivere il presente”. Ma tengo a quella “vividezza”: è ciò che mi fa fermare, a volte, in punti diversi tra loro o che si ripetono, annusare l’aria, o ascoltare un suono, o fissare un punto, e sorridere. Nel suo bene e nel suo male, mi sento come immersa in un quadro vivente. Del quadro ha quella perfetta e imperfetta al contempo miscela di elementi selezionati ma che occorrono con naturalezza, ma è vivente, e mi ci muovo e lo percepisco. E’ in qualche modo mio: entra direttamente a far parte della mia esperienza senza bisogno di essere rielaborato a posteriori. E sono atroci, questi momenti: sono così improvvisi e sfuggevoli da svanire in fretta dalla memoria.
E a proposito di memoria (tema tanto importante in questa città): a volte, camminando per una via, mi sembra di riscovare vecchi ricordi, di quelli che sono quasi pura sensazione. Non è né il palazzo sotto cui sto, né la luce delle sue finestre, né quella naturale che tutto circonda, né la musica di sottofondo, né la temperatura impalpabile: è l’insieme scomposto di tutto questo. E così torno a momenti così indietro nel tempo da non saperli datare, né so più dire che cosa, ai tempi, avessi associato a quella sensazione. Erano aneliti, parte di quello che poi avrei potuto chiamare Sehnsucht (nel senso più generale, quello che amo), e ora si ri-realizzano, e con ciò aggiornano, modificano, come se stessi girando una nuova versione di un vecchio film mai girato.
 
 
 
diosbios
25 August 2016 @ 10:13 pm
Ho appena finito di fare un esercizio di tedesco. Lessico, perlopiù. Negazioni. Tutti, nessuno. Ovunque, da nessuna parte. In ogni caso, in nessun caso. Non mi piace costruire frasi-esempio con negazioni: il cervello s’arrovella per trovarne alcune in cui non credere troppo, in cui non cristalizzarsi troppo. La verità è che non mi piace essere negativa. Ma non mi piace neanche essere, in reazione, mielosamente e ciecamente positiva. Per questo procrastino e procrastino prima di decidermi a scrivere qui sopra.

Sto leggendo Le ore di Cunningham, purtroppo in italiano. E’ comunque godibilissimo, e mi fa riscoprire il piacere della scrittura. La plasmabilità delle frasi, delle percezioni. E di nuovo mi domando quanto ancora procrastinerò prima di rimettermi a scrivere fiction, e se davvero sto avendo così tanti problemi con la mia madrelingua perché troppe parole sono state abusate, depauperate, vanificate.

Tornare in Italia per un paio di settimane mi ha un po’ terrorizzata. Dovrei, per economia, dire “spaventata”, che dovrebbe per logica significare proprio “un po’ terrorizzata”, ma il bello della lingua è anche la sua capacità di plasmare anche la logica finché non diventa, in alcuni casi, un inutile reminder. La verità mia verbale è proprio che l’esperienza mi ha un po’ terrorizzata.
E qui non vorrei cominciare con i soliti discorsi, miele per chi vuole semplificare nell’intento di riassumere, di comparazione tra l’Italia e la Germania. Conosco poco la prima, infinitamente meno la seconda. Conosco qualche luogo della prima, e la sua TV e una parte delle sue espressioni dai media più o meno mediate, e pochissimo della seconda (e ricordiamoci che vivo a Berlino, che non è esattamente “Germania”). Lasciamo da parte le semplificazioni e le generalizzazioni. Lasciamole da parte del tutto, in generale, in questo e in ogni altro discorso. Perché una delle cose che mi ha un po’ terrorizzata è la tendenza a far sembrare iper-semplici questioni che sono di una complessità tale da far venire capogiro e nausea. Almeno a me.
Facciamo che io parlo della mia limitatissima esperienza e basta, e se voi trovare un esagerato numero di punti coincidenti con le vostre, beh, se ne può parlare, altrimenti prendetela per quel che è: una personale esperienza.

Sapevo che prima o poi avrei sentito di persona, e da una persona conosciuta da anni, e da una persona che solo con la nostra volenterosa ingenuità e omertà si può descrivere come “insospettabile” (e qui non mi riferisco, purtroppo, a una singola specifica persona), che l’Islam tutto (nozione utile quanto “Paperopoli”, in quanto a utilità descrittiva) è fanatico fondamentalista. Lo sapevo già quando, a Berlino, stavo discutendo pacificamente di gender e dell’importanza del pensiero critico contro l’acritico indottrinamento religioso con un amico musulmano. Seduta nella nostra sala ufficiali, in pace dei sensi, tra un primo piatto italiano e un dolce arabo. Lo sapevo teoricamente, un po’ come si sa che in alcune note località turistiche esotiche l’acqua non è potabile.
Non mi aspettavo invece di sentirmi rispondere, dopo il mio dire che conosco musulmani progressisti come musulmane senza velo, un «Non ci credo».
Come spiegarvi quanto alienante ciò sia?
Finché si parla di vaghe conoscenze (come l’acqua non potabile in alcuni luoghi) capisco il «Non ci credo», anche se si basa su premesse fallaci. Più che capirlo, semplicemente, non mi tange personalmente. Ma un «Non ci credo» rivolto a qualcosa che hai direttamente vissuto, che ormai fa parte della tua vita, è diverso. E’ un po’ come quando mi sono trovata a spiegare a un tizio illetterato e cresciuto in non ricordo quale cultura africana in cui la famiglia era, più che centrale, essenziale, che non volevo sposarmi, e questi mi ha detto un candido (e per me insopportabile) «Non ci credo». Ecco, più o meno così.
Ma questa è ancora aneddotica, da certi punti di vista.
Quel che mi ha un po’ terrorizzata è stato il sentire una delle proprietarie del bar sotto casa nominare l’esigenza di ricorrere alla giustizia privata mentre si parlava di un gruppo di richiedenti asilo che sono stati temporaneamente collocati nel quartiere. E non si parlava di aggressioni, stupri, furti. Si parlava di come costoro, una notte, si fossero seduti ai tavolini del bar (chiuso) a chiacchierare. Di come uno di questi volesse fare fotografie al figlio della proprietaria. (Ricordo come un amico italiano stanziatosi a Berlino avesse dovuto spiegare alla candida madre che non è una buona idea fare foto ai graziosi bimbi tedeschi che giocano nei giardini dei loro asili, neanche se sei un’innocua signora anziana.) Di come niente contro di loro, ma quando sono così tanti tutti assieme. E poi così, a sproposito come una sonora flatulenza durante un pacifico rinfresco in veranda d’estate, la giustizia privata. Come una persona che si abbassa le mutande tra un «E da dove vieni?» e un «E che lavoro fai?». Così.
E ho il timore di risultare pure stupida, scrivendo questo. Ho il timore di scatenare pensieri come «E tutte queste storie per una cosa del genere?», o come «Ma sono solo discorsi», o come «Si è espressa male, ma...». No, non ho il timore: ho un lieve terrore.

Non vi sto dicendo (e vi prego di non leggerlo tra le righe) che qui a Berlino non esistano discorsi simili. I neonazi esistono e si vocifera che molti vivano raggruppati nello stesso ghetto – così come c’è una specie di ghetto arabo-musulmano. “Specie di”, sottolineo, prima che passi qualcuno che – similmente a un tizio incontrato per caso su Facebook – pensi che in Europa tutti i quartieri a predominanza musulmana siano luoghi in cui sei fortunato se ne esci vivo. Si può non solo entrare senza timore di uscirne morti in tutti i quartieri di Berlino, ma ci si entra anche per passarci la serata. (Ho portato un amico italiano a bere e mangiare nella stazione più tristemente conosciuta di Berlino per malavita e piccoli crimini. Come esperienza. Esperienza di ben poco, e questo era il punto.) Questo non significa che non esista un odio su base razziale, o il libro del mio ultimo corso di tedesco non si chiamerebbe come un tizio che è stato vittima di neonazi. Non sono, almeno che io sappia, e di certo non potrei dare numeri e tendenze, i fatti a cambiare nella loro profonda natura. E’ l’impunità dei discorsi a fare la differenza. E non solo dei discorsi.
Mi sono sentita, in quel bar, messa di fronte a un vecchio dilemma: quello tra l’etica personale e la convivenza sociale. Con la mia mentalità ancora viziata da questa strana città in cui vivo, mi sono detta: Dovrei denunciarla. E proprio perché vengo da quel quartiere, ci ho vissuto per un sacco di tempo, e quindi chi in primis, se non io, dovrebbe agire?
(E temo, ancora, di scatenare un «Tanta aria fritta per una frase», o un «E che sarà mai?» e bla bla bla.)
Quel che temo è che da queste guerre dei poveri nascano conflitti più palpabili. Esasperazioni, fazioni. E lo temo perché in quel quartiere – come in altri quartieri in cui situazioni simili vanno costruendosi – vivono creature a cui tengo. Non ho in mente terze guerre mondiali, ma quel misto di paura e aggressività che fa vivere in un costante stato d’allerta. Una specie di stato d’allarme promulgato silenziosamente dall’impersonalità di malcontenti condivisi anziché dall’alto. Nessuna guerra nucleare, semplicemente quello stato delle cose – che a quanto mi è stato raccontato è già norma in alcune bolle in Italia – in cui veramente esistono luoghi in cui la gente non va perché pensa che non ne uscirebbe viva, in cui la polizia non entra. Già ho letto commenti di persone che non osano più andare sul lungolago della mia cittadina d’origine perché lì c’è un campo di richiedenti asilo. Quello per i cui abitanti insegnavo italiano come volontaria. E non si legga tra le righe che sto dicendo che siano tutti buoni come il pane. Sarebbe assurdo. Sarebbe illogico, contro ogni statistica. Come lo è pensare che siano tutti portatori di pessime intenzioni. Come ogni generalizzazione così ampia da raccogliere in sé elementi che, in comune, arrivano ad avere giusto il fatto di essere collocati nella stessa generalizzazione.

Mi è già stato fatto notare che me ne sono andata. Che sarei potuta rimanere, se ho tante insoddisfazioni da esternare, se farei così anziché cosà, e cosà anziché così. Ho risposto che non si sceglie dove nascere, e ora penso che effettivamente – come pure ho detto parlando con altri italiani qui a Berlino – quel che ancora mi lega all’Italia (quella contemporanea che va avanti, non quella che ho vissuto e mi ha formata per poi diventare parte del passato) sono gli affetti. Mi interessano i climi generali che sottostanno ai voti perché quei voti vanno a modificare il luogo in cui chi amo vive. E un po’ mi spiace, avere queste preoccupazioni: vorrei saper scindere lucidamente le cause dei miei interessi. Saper scindere l’interesse personale da quello storico da quello culturale da quello contestualizzato in Europa da quello contestualizzato nel mondo da bla bla bla.
Concludiamo com un classico del relativismo che secondo me non viene usato abbastanza: ognuno vive dove sente di vivere meglio, a prescindere dai fatti obiettivi (qualsiasi cosa siano).

E così mi verrebbe, su questo blog, di scappare da quel po’ di terrore e da certe frustranti ansie sfociando indegnamente nell’arte del quadretto zuccheroso e mieloso. Mi verrebbe da scrivere cose che neanche Amélie.
Mi piace la musica dell’est che sale fino alle finestre qualche mattina anche se non so da dove provenga. Mi piace scovare con lo sguardo il coniglietto che vive nella via parallela alla mia, quando mi dà le spalle, e poi vederlo scappare dietro la siepe. Mi piace fare gli occhi dolci ai cani del quartiere, che mi guardano scodinzolando e poi subito si rivolgono all’umano che li accompagna, come se gli stessero chiedendo: «Hai visto anche tu che cosa mi ha fatto?». Che il turco sotto casa, cercando di intuire perché io prenda sempre un panino vegetariano, mi avvisi del fatto che il Bretzel che ho scelto contiene del burro (non si sa mai, no?), e mi indichi l’alternativa vegana. La dignità con cui i non rari strambi devastati che s’incontrano per strada camminano, come se sapessero che qui nessuno può detronizzarli («Tu sei pazzo, figlio mio, devi andare a Berlino!»). L’eleganza tronfia ed esagerata di alcune signore slave di Charlottenburg, con i loro regali cani. Bere una birra nel locale gestito dagli abitanti del sovrastrante palazzo occupato, seduta su un divano malamente sistemato. E bla. Bla. Bla.
Ma ci sono anche i lati negativi, tanti quanti in qualsiasi altra parte del mondo, e che farebbero mal tollerare questa città a molte delle persone che conosco.
Berlino puzza di se stessa, un miscuglio di metro, Döner di pessima qualità e gente che non si lava. I berlinesi sanno essere scontrosi (più o meno come un milanese), e sbrigativi e impazienti (sempre più o meno come un milanese). Sanno essere pedanti, puntigliosi sulle cose più astratte e noncuranti su quelle più concrete. Sanno essere dei cialtroni, artisti improvvisati, nullafacenti con tanta faccia tosta. E puoi incontrare gente che si sente in diritto di farti quarantacinque minuti di lezione sul complottismo in mezzo alla strada, e ovviamente il peggio di tutte le culture che vivono qui: gli spagnoli che parlano urlando, i britannici ubriaco-molesti, i turchi che esprimono complimenti ad alta voce, bla bla bla. Ma generalizzare ha poco senso, ovunque tu sia, perché rischi pure di trovarti uno spagnolo o un britannico o un turco di fianco che negherà quel che dici, o perlomeno negherà di far parte di quel cliché, e dopo dieci persone che negano il cliché sotto cui vengono fatte ricadere i cliché diventano goffi e controproducenti marchingegni. La burocrazia non è né tedesca né non tedesca: c’è un po’ di caos, ma va sbrigato ordinatamente. Puoi incontrare l’impiegato statale iper-cortese o quello scontroso e svogliato, e non puoi mai prepararti prima, perché non c’è avvisaglia che aiuti. Soprattutto, trovare un caffè a Berlino – un normale caffè tedesco, non un espresso – diventa sempre più difficile. (Guardate Un caffè a Berlino.) Se poi lo nomini, diventa pressoché impossibile. Un po’ come i bagni pubblici, che vorresti ovunque e ci sono così raramente. Li vorresti ovunque perché i luoghi in cui puoi finalmente prendere un normale caffè di norma non hanno il bagno. O caffè o bagno, insomma. E i bagni dei locali sono di norma completamente ricoperti di scritte (non belle, non decorative, no: semplicemente scritte, e tante). Se chiedi a un tedesco se parla inglese, ti parla in tedesco. Se parli in tedesco a un tedesco, ti risponde in inglese. Solo a me? E le api sono tante e si sentono in diritto, a differenza dei tedeschi, di strainvadere il tuo spazio vitale. Vuoi ammazzarle? Le pubblicità progresso in metro ti suggeriscono che se lo fai sei un mostro. O asozial. Ed essere asozial in Germania è peggio che essere antisociale in Italia, ma questa è una vecchia storia. Ma comunque.
Comunque.
Comunque sono giunta alla conclusione che un luogo ci piaccia davvero quando ce ne piacciono le contraddizioni.
Tutto qui.
E io troverò una via di mezzo tra fosche lamentele e beate-beote osservazioni sulla vita quotidiana. O una terza via.
Tags: ,
 
 
diosbios
Sono appena passata da quella che chiamiamo “sala ufficiali” (il soggiorno comune con quel gusto un po’ retrò) per accarezzare la gatta di casa di passaggio. Stesa con la sua imponente figura sulla poltrona (con quel gusto un po’ DDR), mi ha guardata con una strizzatina d’occhi tra il riconoscente e l’infastidito. Come al solito. Come un “solito” a cui mi piace tornare.
Se voi foste nella mia testa, vi direi che la sala ufficiali è un po’ prussiana – sarebbe l’unico modo di rendere tale affermazione, anziché sgraziata e naïf e kitsch, semplicemente affettuosa come risuona tra i miei pensieri. E nei miei sogni.
È di due notti fa il sogno in cui il protagonista era un giovane Hohenzollern (non so quale, statisticamente un Friedrich) della modernità. Io ero i suoi amanti, sia lui che lei, e un po’ anche lo Hohenzollern – il tutto perché il sogno fungesse da cammeo di quella “durezza fuori e tenerezza dentro” che caratterizza l’immagine storica della cultura prussiana. E che è rassicurante come un vecchio Leitmotiv che conosci bene, come Jan di Leida e il Pietismo, e tutte quelle cose che hanno compartecipato alla formazione della tua cultura personale per tua scelta e non per caso.
La voglia di percepire quel rassicurante senso di semi-appartenenza – a qualcosa che hai fatto tuo, non che ti ha fatta sua – è uno tra i motivi principali per cui sono qui, a Berlino, che è in Germania ma non è esattamente Germania. Posso godermi il Multi-Kulti che riempie le strade mentre palazzi dall’aria un po’ prussiana, nonostante il prussianesimo fosse già storia quando sono nati, mi osservano dall’alto delle loro altezze un po’ gotiche.

Oggi ho scaricato la mia prima fattura. Ho un conto in banca e una serie di must burocratici che potrei elencarvi per il gusto di blaterare suoni tedeschi e basta, non avendo tali termini spesso un equivalente nella burocrazia italiana. Quel che è più direttamente traducibile è il foglio che attesta che verso metà luglio inizierò un corso intensivo di 75 ore di tedesco, livello B2.1. Sono già iscritta per quello successivo, a settembre, il B2.2.
(Prima di perdervi rovinosamente nelle scale dei livelli di conoscenza delle lingue europee, funzionano così, dal più basso al più alto: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, più tutti i mezzi livelli. Un madrelingua è in automatico un C1, più o meno.)
Le buone nuove, a parte l’iscrizione in sé, è che ieri ho fatto – per puntigliosità tedesca – un test per rassicurare un insegnante del fatto che ho appreso abbastanza il B1.2 per poter fare un B2.1 di 75 e non 100 ore (come di solito i corsi sono) senza rischiare di rimanere indietro con il programma. Ben fatto!, mi ha detto. Sì, ma poi non so parlare così bene, gli ho risposto guardando il test perlopiù grammaticale. Ma è sempre questo, il problema, quando si studia tanto mentre si fa un corso intensivo: il sempre troppo poco tempo per rendere fluente quel che si apprende e per ampliare il proprio vocabolario – che, nel caso del tedesco, è di una specificità che non ricordavo.
L’altra buona nuova è che tutto questo significa che, se le cose procedono con l’attuale ritmo, per il 2017 starò studiando a livello C1 – che è l’unico che per me, dalle basse aspettative, conta. Avere un certificato che attesta che si è C1 significa poter ufficialmente dire di conoscere la lingua senza ma e senza se. Ma “poter dire ufficialmente” è una magra consolazione, per la sottoscritta. Sarò abbastanza soddisfatta quando sarò in grado di leggere romanzi in tedesco gustandomeli decentemente. E sarò veramente soddisfatta solo quando sarò in grado di scriverne – ma non ho idea di quanto mi ci vorrà, e se tale obiettivo continuerà a rimanere come parametro.

Rimettermi a studiare una lingua mentre vivo nel Paese in cui viene parlata (l’esperienza anglosassone non vale: l’inglese è caso a sé) mi ha fatto (ri)realizzare quanto dell’apprendimento di una lingua non riguardi la lingua in sé, ma il suo uso, e quindi il suo contesto d’uso, la sua cultura di provenienza e riferimento. L’intraducibilità di alcuni termini fiscali dal tedesco all’italiano è un buon, ma noioso, esempio. La frequenza dell’uso del verbo genießen (che, più o meno e male, può essere tradotto come “godere”) è invece un esempio più interessante e complesso al contempo.
Ho imparato, prima di imparare a imparare una lingua, a vivere una lingua che non conosco bene senza sentirmi estromessa. Vivo in un mondo scritto e parlato perlopiù in tedesco, e mi sento a casa. Benché questo indubbiamente dipende in parte dal mio specifico amore per questo idioma, il motivo ha più a che fare con una scelta semi-razionale, una scelta strana, la scelta di prendere il meglio e non il peggio del vivere in un contesto che linguisticamente ti è ancora un po’ oscuro.
(Ad esempio: mi hanno appena chiamato per l’ennesima pratica burocratica in tedesco e il mio cuore non ha accellerato i battiti. Un miracolo, per la me di qualche anno fa.)
Le lingue sono un po’ come le persone. All’inizio, quando le conosci e capisci meno, ti attraggono con tutto il fascino di ciò che deve ancora essere esplorato. I loro gesti, semanticamente vuoti, possono essere riempiti dalle tue ipotesi, dalla tua immaginazione. Riesco ancora, a volte, a sentire nel tedesco quell’esotismo che caratterizza gli idiomi che non comprendiamo: li ascoltiamo come sequenze di suoni, come musica senza parole. Quando si fanno comprensibili, lo diventano in bene e in male: si sente quella lingua usata per dire le cose più becere, la si sente usata approssimativamente come un utensile maneggiato con poca grazia, ma se ne scoprono anche gli usi più inaspettati, più creativi e ricchi di sfumature, ed è quello che non vedo l’ora di poter fare.

Nel frattempo, mi faccio abbracciare e cullare dall’inglese. Mi aggiro per mercatini delle pulci comprando romanzi in inglese a un euro. Approfitto del limite, le limitate risorse economiche investibili, rendendola un’occasione di leggere tutti quei titoli che prima avrei escluso troppo velocemente.
Ho letto un romanzo apocalittico sulle nostre tendenze apocalittiche, di recente scrittura; uno pubblicato negli anni ‘90 in una collana dedicata a tutte le sfumature del queer, ambientato in un’Inghilterra incastrata tra il vecchio Comunismo fallito e il nuovo millennio con tutte le sue promesse e minacce; un candido resoconto del post-9/11 visto tramite gli occhi di un bambino testardo; e sto leggendo Pratchett, finalmente, uno di quegli autori che mi sono sempre detta che avrei dovuto leggere perché tanto apprezzato da alcune mie conoscenze che stimo (e, ora che lo leggo, scopro che la degustazione non mi fa troppo allontanare dalla mia prima impressione: c’è un qualcosa, in certi autori inglesi – più inglesi che britannici, credo – che proprio non riesce a convincermi, ma non so che cosa sia. Inizia con petty ma è camuffato da cottage). Mi aspettano un romanzo storico che ha come protagonista una cortigiana, che avevo precedentemente puntulmente bocciato; e un vecchio romanzo post Seconda Guerra Mondiale sulla condizione dei reduci scritto da una donna (combinazione troppo interessante per ignorarla). E poi chissà che altro troverò, in questi mercatini dalle mille sorprese.

Questa “sospensione” della certezza della lingua mi fa sentire a mio agio. Vivere in un luogo in cui così tante persone sono consapevoli dei propri limiti linguistici (i non-tedeschi con il tedesco; i tedeschi con l’inglese, lingua che ha soppiantato il tedesco in alcune realtà) è rinfrescante: impedisce la formazione di tutti quegli odiosi discorsi che sono figli della certezza, nel 99% dei casi erronea, di avere una buona padronanza della propria lingua e che il mondo ragioni in quella lingua, che l’essere umano sia stato scritto in quella lingua. Ci sono tipi di ignoranza che, anziché accrescere l’arroganza, la ostacolano. Non sto dicendo che Berlino sia il paradiso dei linguisti MultiKulti e che non abbia in sé persone che si arroccano sul proprio Conosciuto per sputare sullo Sconosciuto, ma che mi delizia la frequenza con cui mi trovo in sacche in cui l’Incontro sembra essere all’ordine del giorno.

E adesso andiamo a portare avanti quella che sto cercando di far diventare una buona abitudine: stretching ed esercizi sul parquet scricchiolante della sala ufficiali.
 
 
diosbios
27 June 2016 @ 09:52 pm
Il lago di stanotte era, come sempre, placido. Sfumava all’infinito verso un orizzonte reso vago dall’eterno crepuscolo in cui i miei sogni lacustri sono immersi.
Non è proprio un lago, ma forse non è neanche un mare. Non vedendone i confini dovrei pensare che si tratti della seconda, ma la superficie d’acqua che nei miei sogni tutto ingloba è immota come solo quella di un lago può essere. E un lago neanche troppo grande. O forse un mare di una Terra che ha smesso di essere asservita al tempo e ai suoi cambiamenti.
Al lago, nei sogni, arrivo, non vi parto. E quando vi arrivo lo scopro aver ricoperto parte della costa. A volte vi sono sedie che spuntano per metà dall’acqua, a volte banchine che proseguono sotto la sua superficie, al fianco di profondità improvvise quanto insondabili. A volte, invece, il lago somiglia al Mare del Nord: prosegue all’infinito digradando appena, di chilometro in chilometro, e dando così l’impressione che tutto il mondo non sia che una grande pozzanghera.
Quando, da sveglia, ripenso ai miei sogni lacustri devo ammettere che, visti così, da lontano, descritti così, a parole, evocano immagini un po’ inquietanti. Mi inquietano, nella veglia. Ma nella sfera onirica quell’atmosfera da Ofelia galleggiante è la norma. È Casa, in qualche modo. Inclusi i cadaveri che ci sono ma non sempre posso vedere, a cui rimangono attaccati fantasmi che non vedo ma posso a volte sentire.

Dovrei puntare il dito a sogni come questo quando voglio spiegare come i grandi gesti di distruzione, più che essere cocenti esempi di un vivido Male, siano struggenti richieste di pace. Il caos, la cattiveria, l’ira, e tutte le pulsioni, appartengono alla vita e al movimento; e così anche il dolore. L’unica sensazione legata alla morte a noi conosciuta è la paura che se ne può avere – e che, appunto, si dispiega e punge e duole nel corso della vita.




Non è accaduto niente di particolare che mi spingesse a scrivere di questo. Beh, a parte un sogno, ovviamente. Nei sogni raccolgo e rivivo tutto ciò che non mi accade. Sono come un promemoria emotivo ed esistenziale: anche se non c’è, mi ricordano, esiste. Anche se non c’è più, continuano, c’è stato e quindi potrebbe esserci ancora.
Una tale continua esposizione a tutto mi ha resa, credo, un po’ insensibile ai picchi di grazia (e soprattutto) disgrazia. È la male/benedizione di chi nei propri sogni vive più intensità di quanta possa esperirne vedendo immagini e ascoltando racconti. Non di quanta se ne provi vivendo direttamente la vita, ovviamente – anche se, a tal riguardo, bisognerebbe aggiungere una postilla. Il dolore e la paura nella veglia, nella coscienza della veglia, fanno alzare paratie: si sente e soffre fino a un certo punto, poi ci si distacca. Suppongo sia un meccanismo difensivo. Nei sogni, invece, quando sono lucidi (ossia nel 99% dei casi, nel mio caso), si sa di stare sospendendo l’incredulità – e si possono quindi vivere con meno filtri quelle sensazioni che il sogno ha deciso di farci esperire per quella notte.

Mi sono detta che vivere così, avendo nei sogni un continuo memento mori, segna la propria visione del mondo. Così come ci siamo abituati alla violenza visiva al punto che abbisogniamo di battaglie sempre più cruente, sangue sempre più abbondante, più sangue di quanto effettivamente ce ne sia (una specie di inflazione del sangue), avere una sfera onirica che mi tartassa ogni notte con un Tutto Potenziale mi deve aver resa più insensibile a molte cose. Sono rare le scene nei film che mi colpiscono nel profondo e, quando accade, mi s’imprimono nell’inconscio, cominciando a infestare la mia sfera onirica, diventando parte di quella schiera di maschere pronte ad apparire improvvisamente in un sogno, consapevoli d’essere capaci di destabilizzarmi semplicemente apparendo. Perché sono simboliche. Perché basta loro ricordarmi di esistere, di poter essere pulsanti, per sommuovermi. Basta una consapevolezza risvegliata a farmi diventare una bestia braccata.
E mi sono quindi anche domandata se io smetta mai di esserlo, una bestia braccata. Se vivere più o meno un terzo del tempo nel mondo di Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie non mi renda sempre, per la semplice consapevolezza, allertata. Se io non abbia sempre l’arma a portata di mano, le spalle pronte a chiudersi. E se io possa scoprirlo. Perché, se così fosse, sarebbe così sempre – sarei sempre all’erta, e non potrei quindi sapere che cosa significhi vivere non essendolo.

La cosa più agghiacciante, esistenzialmente parlando, è realizzare che riesco a vivere una vita moderatamente serena (anzi, eccezionalmente serena, quando mi confronto a certi piccoli/enormi drammi altrui, in cui Altrui è un esemplare antropologicamente non troppo distante da me), nonostante, o forse proprio grazie a, tale tartassamento onirico. A volte mi dico che deve essere simile a quella capacità di godersi le piccole cose quando si impara a non darle per scontate.

Ne si parlava ieri con M., reduce da una giornata senza acqua e senza cibo (ramadan): di come non bere per così tante ore renda un semplice bicchier d’acqua il più buono che tu riesca a ricordare.
La memoria diventa breve, quando si vive intensamente il momento – suppongo – e avere un corpo che ti ricorda in continuazione che ha sete deve acuire quell’intensità. Non mi privo d’acqua per motivi simbolici, ma capisco il punto, e forse la mia sfera onirica ha, in qualche contorto modo, lo stesso senso del digiuno.

Due piccoli vasi, in cucina, accolgono delle radici di ginseng. Le piante stanno crescendo proprio ora: si fanno osservare, giorno dopo giorno, mentre svettano verso l’alto, sottili e fiere, perfette come la grafica perfetta di un grafico precisino. Do loro un po’ acqua e penso: Questa è l’acqua di oggi. L’acqua di ieri le ha fatte svettare oggi, quella di oggi le farà svettare domani. E domani dovrò dargliene ancora, se voglio che il piccolo miracolo continui.
 
 
diosbios
09 June 2016 @ 06:04 pm
Berlino mi piace perché è una citta in cui si può camminare dimenticandosi di esserci. Non è così scontato. Non è meno scontato del trovare una persona con cui stare in silenzio in una stanza senza sentire le vertigini dell’horror vacui.

Ci pensavo oggi passando da Zoologischer Garten, stazione della Bahn che conoscerete per Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino. Quello Zoo. Quella stazione. Che non è cambiata poi così tanto dagli anni descritti nel libro, e fa strano. Zoologischer Garten è nel fulcro della Berlino Ovest più capitalista, più “occidentalizzata”, shiny e chic, priva di quel vago degrado urbano che caratterizza invece altre zone più cool della città. E qui, in questo cuore di negozi dalle vetrine curate ad arte, dove si spende e si turisteggia, c’è la stazione di Zoologischer Garten, una specie di androne abbandonato di un palazzo appena rimesso a nuovo.
E lì, sulle scale mobili che mi stavano portando dalla U-Bahn (metro sotterranea) alla S-Bahn (treni di superficie), con un libro in mano pronto a essere letto sulla S-Bahn, ho pensato che mi sentivo a casa. Che Berlino ha questa magia di permetterti di dimenticarti di essere proprio , perché il che rappresenta è tanti luoghi, tante epoche, tante vite.
È la donna dallo stile corporate rilassato che mi farà aprire un conto in banca tedesco ed è il commesso vestito di una lunga palandrana nera da cui ho comprato un’agenda nel negozio Moleskine; lo scribacchino al bar per scribacchini che fuma e scrive mentre pensieroso si fa cadere addosso un completo di velluto, e la ragazza turca che nel primo giorno di acquisti offrì quegli involtini di riso con foglie di vite di cui ho dimenticato il nome; la barista che dice «Non vi ho neanche mostrato le tette!» dinnanzi a una mancia un po’ generosa e le cassiere scontrosissime dell’Edeka vicino a casa; poi ci sono i giacca-e-cravatta siamo-tutto-futuro nei pressi degli edifici istituzionali e un’insegnante di tedesco liberale alla tedesca, verde alla tedesca, con quello spirito critico che esce con irremovibile dolcezza. E bla bla bla.
A volte mi sveglio mentre, dalla finestra di questo quarto piano, entra una musica di strada che non so riconoscere, tantomeno nel dormiveglia. A volte sembra gitana, altre russa, altre ancora ungherese (avessi poi un fine orecchio musicale...), ma sempre e in ogni caso sembra venire da un’altra epoca. Da altre epoche. Convergono in quel lasso di tempo che va dalla fine dell’Ottocento al Nazismo, tra la severità del Biedermeier ai fasti più sfrenati degli anni ‘20. Non so perché sia lì, in strada, a quell’ora, perché giunga alla mia finestra. Non so per chi sia, e da chi sia. Fa parte del paesaggio, della giornata, del patto.
Sembra di vivere in alcuni dei romanzi di Maurensig, che iniziano con un paesaggio dal rigore tedesco in cui si intravede – scintilla della trama – una sfumatura altra, più indefinita, slava di chi non è slavo in casa propria, o italiana di chi non è italiano in casa propria, in una perpetua terra di confine.
La sensazione è ancora più acuta sottoterra, in metropolitana, dove queste sinfonie tanto vaghe quanto accomunate da una certa malinconia cadenzano i passi. Cinque minuti, e si è alla perennemente decaduta Zoologischer Garten. Altri dieci, e si è in un bar dalle linee eleganti con di sfondo una musica che so riconoscere ancor meno di quelle che mi svegliano al mattino, e che so solo sapere di quiete e oniricità. Altri quindici, e si è in fila ad attendere un treno con altre venti persone in pantaloncini e canottiera, tutti diretti al lago, tra scorci bucolici e festini alcolici in riva.

E poi mi chiedono, sempre, ai corsi e ai colloqui:
«Perché Berlino?»
E io rispondo, sempre, con un’ostinata beata ingenuità:
«Perché la prima volta che l’ho vista me ne sono innamorata.»

E non sapevo, allora, perché. Lo sto scoprendo ora, scoprendo come, per magia, in questa città gli opposti si sfiorino e incrocino senza annullarsi. Si fanno contemplare senza essere isolati. Lo sono, estremi, senza essere eclatanti.

È un amore casalingo, il mio, più che una passione bruciante. (Per quanto la nostalgia di questa città mi abbia fatto bruciare dentro in diversi sogni, prima che vi tornassi.) È quel genere di amore che ti fa pensare che non vorresti tornare in nessun altro posto nel mondo a te conosciuto e da te intuito. Non vorresti altra sede fissa. Ed è proprio perché ti piace viaggiare, proprio perché ami disperderti qui e lì, che è importante avere un punto in cui tornare, che sia a metà tra l’isolamento di una campagna e la frenesia di un incontro appassionato.

Ci sono poi tutti gli infiniti lati negativi di Berlino. Quelli negativi per i tedeschi, quelli negativi per i non-tedeschi, quelli negativi per entrambi.
Quando incontro qualcuno che mi dice che a Berlino tutto funziona rido. Berlino non è la Germania: il caos qui ha il suo spazio, assieme a una certa disorganizzazione e a una certa mancata gentilezza, che, quando invece è presente, è così tipica di molta Germania. Ma è al contempo molto tedesca nelle sue richieste: se vi dicono che è possibile vivere a Berlino senza parlare tedesco credeteci, ma con riserve. Tra le tante vite che qui si dipanano c’è anche questa: Berlino come città degli (auto)esiliati politici, economici, ideologici, che non sono venuti qui, ma sono scappati da altrove. È ampia e variegata abbastanza da essere confusa con una città vaga: come certi romanzi dalle coordinate spazio-temporali non ben definite, la si può vivere come se fosse non tutti i luoghi, ma nessuno. Confondendo gli ex tedeschi dell’Est con quelli dell’Ovest, i berlinesi con i bavaresi, tutti quelli il cui idioma non vi è comprensibile con quella massa che riempie alcune stazioni della Bahn. In questa vita ci sono gli artisti che prosperano e i lavapiatti che non parlano neanche inglese. Chi si lamenta dell’eccessiva pedanteria della burocrazia berlinese, chi della sua sommarietà. C’è anche chi, invece, trasferendosi decide di integrarsi con lo stesso rigore con cui richiederebbe a un immigrato nel proprio Paese di integrarsi: il più possibile completamente. Dalla lingua ai passatempi, dalle aspettative lavorative agli asili a cui mandare i figli. Al razzismo, se lo si percepisce come parte del pacchetto.
A me piace, ovviamente, stare in mezzo.
Dove la burocrazia procede nella sua immensità, che tanta accortezza richiede, sbuffando a volte quando mostra la propria imprecisione. Apprezzo e mi lamento della stessa cosa, lavorando per rendere la seconda il più leggera possibile. Voglio stare in mezzo tra le gioie di una parte e dell’altra, traendo da ogni lato il meglio, e usandolo per soverchiare le lamentele. È il lusso che posso concedermi da non-tedesca e da persona che ha scelto di vivere a Berlino, non che ci è finita fuggendo da un altro luogo.
(Vi parlerò sempre un po’ male di molte caratteristiche italiane, ma sarebbe falso dire che sono qui perché l’Italia non mi offriva quel che volevo: ho voluto ben poche cose dall’Italia prima ancora che potesse dimostrarmi che non poteva offrirmele. Mi manca molta della delusione che vedo in altri italiani qui: credo sia stata preceduta da una disillusione precoce. Ma, da persona che ha vissuto e vive gioiosamente all’estero, capisco chi invece si trasferisce in Italia con gioia. A ognuno il suo. A ognuno le proprie aspettative, e quindi le proprie gioie e delusioni.)
Ho ancora troppe cose da conoscere di questa città per averne un giudizio. Lascio che le cose mi scorrano davanti con la felice sorpresa di una bambina – che ogni tanto, in strade casuali che nulla hanno a che spartire le une con le altre, dice: «Adoro questa città!» – e tiro fuori l’adulta organizzata (o quel che ho al posto di tale entità) quando la quotidianità lo richiede.
Allungherò la sospensione del giudizio il più a lungo possibile, e, quando abbastanza tempo sarà passato, Berlino sarà così tanto cambiata che dovrò ricominciare da capo. Ed è anche per questo che sono qui.
(Assieme ai mercatini dell’usato, ai vecchi che fanno il bagno nudi, ai sorrisi gentili dinnanzi alle piccole gentilezze, ai ristoranti thai, alla puzza di kebab a ogni angolo, ai neo-nazi cortesi e ai giacca-e-cravatta burberi, ai cani senza guinzaglio che scodinzolano se li guardi, ai bambini che cadono goffamente e ai padri che per strada mi chiedono se ho un fazzoletto per pulire la mano delle figlie ricoperte di gelato sciolto, alle persone che mi fanno passare davanti a loro in fila alla cassa di un supermercato e a quelle che passano su mio invito senza ringraziare in modo teatrale, al cibo spazzatura a basso prezzo e ad alternative salutiste diffuse, a mille modi di organizzare i propri documenti con raccoglitori e segnalibri e cose che non hanno neanche una traduzione in italiano, al tempo che cambia in continuazione e ai temporali estivi con grandine annessa, e bla, e bla. E bla.)
Tags:
 
 
diosbios
So che ci sono ottimi motivi per non fare quello che sto per fare, ma lo farò comunque (con un non troppo lieve brivido di puro terrore al pensiero delle conseguenze).

Parliamo di bestie ed esseri umani.
Questa mattina è passato su Facebook l’ennesimo caso: bambino cade nella gabbia del gorilla, il gorilla viene ammazzato, il bambino ripescato. Ci sono mille dettagli con cui arricchire la descrizione dell’evento, dal comportamento del gorilla agli effetti dei sedativi a diosacosa. Tutte cose che potrete agevolmente trovare in quel marasma di informazione e disinformazione che è la Rete, con un po’ di pazienza, interesse, e mente lucida.
Ma vorrei andare oltre (ossia prima).
Vorrei andare al cuore della faccenda, al cuore di ogni simile faccenda, perché ho l’impressione che con tutti questi casi singoli – il gorilla ammazzato per assicurarsi che il bambino vivesse, i chihuahua con un’eredità che sfamerebbe qualche piccola città, chi mangia cosa e chi mangia chi – ci stiamo prendendo per il culo. Ci prendiamo per il culo ogni volta in cui astraiamo (si dirà così, in italiano? Spero di sì), ossia ogni volta che riduciamo ogni singola questione a un:
Sono più importanti gli esseri umani o le bestie?
E da questa domanda squisitamente astratta parte la seconda ondata di delirio. Da una parte, il delirio neo-etico: la poca eticità dell’evoluzione umana, l’empatia e l’equilibrio con la natura, etc etc. Dall’altra, il delirio pseudo-scientifico, e dico “pseudo” non perché non vi partecipino persone ben informate, ma perché quando viene usata la scienza per fare etica mi viene da stringere le chiappe: la sopravvivenza della specie, l’evoluzione umana in un altro senso, i comportamenti più o meno naturali e quindi quello che ci si può aspettare dagli esseri umani e quello che ci si può aspettare dalle bestie etc etc.
L’etica esiste, ma ha ben poco a che fare con quello che la madre del bambino finito nella gabbia del gorilla vorrebbe che succedesse al proprio bambino e al gorilla. E questo perché prima dell’etica, in questioni tanto scottanti quanto quelle affettive, c’è, appunto, l’affetto.
Se il principio etico per cui la vita umana ha più valore di quella animale fosse assoluto, come si dà per scontato quando si parla di questi temi per trarne lezioni di vita e giudizi su altri esseri umani, nessuno di noi avrebbe a casa animali domestici. Le associazioni animaliste non esisterebbero, né canili né gattili, e tutti i soldi e le energie spesi per tali attività finirebbero (o cercherebbero di finire) in qualche modo a vantaggio della quantità spropositata di bambini che ogni giorno sono a rischio di morte (e quindi ne è appena morto uno, e fra poco un altro) non per malattie mortali o incidenti, ma malattie curabili e condizioni di vita migliorabili. Ma non è così. Non è così per tutti.
Sicuramente ci sono al mondo persone la cui etica è così assoluta da far versare loro soldi ed energie solo a favore degli esseri umani – così come esistono persone che si dedicano completamente alle bestie. Ma non è certo la maggioranza delle persone. Immaginate una persona che boicotti tutti quei prodotti il cui ricavato va a favore di qualche specie animale. Esiste? Sicuramente sì. Quante ne esistono?
Si dice che – questa è l’etica ufficiale – la vita umana viene prima di quella bestiale. Questa logica viene ridotta nel piccolo quotidiano: compro da mangiare prima ai miei figli; poi, se ho ancora soldi, accolgo un animale in casa mia. Ma la logica dell’etica è assoluta (o non sarebbe etica), e direbbe di dare invece quei soldi a uno dei tanti esseri umani che morirà entro la prossima ora per la mancanza dei mezzi di sostenamento necessari a sopravvivere. L’etica quotidiana, quella che viene ridotta, ovviamente non chiede questo (proprio perché è applicata e non pura), e mi domando come mi rispondereste se vi chiedessi di agire sempre in questo modo (incluso il boicottare i prodotti di cui sopra). Ma è pura curiosità. Si arriva al delirio, al prendersi per il culo, quando ci si appella all’etica assoluta (La vita umana è più importante di quella bestiale) per giudicare e creare norme di comportamento nella quotidianità, quella quotidianità in cui pochissime persone portano avanti quel principio etico in modo assoluto (o, perlomeno, assoluto per quanto la propria consapevolezza lo permette).
L’etica presa in sé, assoluta, porta a criticare la persona che spende ventimila euro al mese per un cane mentre nel mondo tanti bambini muoiono. Che siano ventimila o venti euro, poco cambia se l’etica è assoluta. Se proprio si vuole rifarsi ai numeri, bisognerebbe ragionare in percentuale: è eticamente migliore chi dà a un cane il dieci per cento del proprio stipendio o chi ne dà il venti? E se il dieci per cento di una persona fosse ventimila euro, e il venti di un’altra fosse venti euro? E se la prima persona desse un ulteriore quaranta per cento del proprio stipendio a Save the children e la seconda il venti? Chi sarebbe più in linea con l’etica? Con quest’etica assoluta che rasenta il tragicomico quando si cerca ad applicarla a numeri? (Eppure non ci si esime dal giudicare chi spende ventimila euro per un cane, parlando di numeri.)
L’etica, nella maggior parte dei casi, non vive nella propria assolutezza. E non lo fa proprio perché i famosi i bambini sono il centro rovente che manda a puttane lo stesso impianto etico: perché il proprio bambino è, per motivi del tutto irrazionali, più importante di venti esseri umani. Si può arrivare a comprendere una madre che salverebbe il proprio figlio reo di aver ucciso qualcuno e che sacrificherebbe venti altre persone per salvarlo. Se non la si comprende, comunque, spesso si arriva a sospendere il giudizio perché è suo figlio, e l’etica va in tilt. E va in tilt perché l’etica è una sublimazione delle priorità umane, e spesso di quelle meno razionali. E l’irraziocinio (perdonatemi la parola) non riesce a essere, nonostante i mille discorsi pseudoscientifici sulla natura, spodestato da quello che si dovrebbe, per natura, sentire. Ripetere in mille salse, portando studi ineccepibili per metodologia, che l’essere umano dovrebbe porre la tutela della propria specie come prioritaria rispetto alla tutela di altri non ha fatto, e non fa, cambiare il sentire di chi vive con un gatto. Quella persona raramente se ne sbarazzerà per dare quei soldi e quelle energie a Save the children. Se quella persona è arrivata a quel punto, forse è perché la natura (qualsiasi cosa sia) non è quella cosa che impone strutturalmente a un essere umano di prediligere a priori un altro essere umano. Se una natura esiste, forse ha più a che fare con le strane configurazioni che vanno a formarsi quando le proprie priorità e il teorico impianto etico (che tutti abbiamo) interagiscono.
Perché nella maggior parte dei casi l’affetto è più forte della teorica etica, motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio figlio reo a scapito di cinque esseri umani innocenti. Motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio gatto a scapito di cinque gatti innocenti. Motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio gatto a scapito di cinque esseri umani innocenti. Motivo per cui, specularmente, una persona cosiddetta “animalista” all’estremo può voler dare la priorità alla vita di una persona a lei cara a discapito di bestie che a malapena conosce, o che conosce e a cui è affezionata.
Ed è qui, quando si realizza che l’affetto va in contraddizione con l’etica ufficiale (la vita umana è più importante di quella bestiale), che l’impianto teorico etico traballa. Se l’etica è figlia delle priorità, non dovrebbe entrarvi in contrasto. Non puntualmente, sempre sulla stessa questione. E, se lo fa, forse significa che quell’etica non è la sublimazione delle nostre priorità personali. Non è la prima volta che l’etica muta, non sarà l’ultima. Nel Cinquecento europeo i contadini erano visti alla stregua di mucche (nel bene e nel male; quel noblesse oblige è sconosciuto a molti dei datori di lavori dei lavoratori salariati di oggi), domani le mucche potrebbero essere l’animale domestico favorito.

Ma ho, ovviamente, divagato.
Se scrivo qui è perché mi perplime la quantità di persone che tirano in causa un’etica assoluta non essendo al contempo persone che la vivono con tale assolutezza. Non mi auspico una società in cui ogni madre ammazza il figlio pur di salvare cinque innocenti, perché ogni assoluto è inquietante. Ci sono state società in cui molti figli denunciavano i genitori in nome di un’etica superiore, e non se ne parla con orgoglio.
Trovo solo che far trionfare, nei discorsi, l’etica assoluta dimenticandosi che è sublimazione delle priorità umane, e quindi cercare di eliminare le priorità umane (che favoriscano esseri umani o bestie), trattarle come eccezioni alla regola, come devianze, sia come, non so, far morire venti persone di stenti per costruire un ospedale che ne salverà altre venti. E nella metafora, prima che si ritorni a esseri umani e bestie, i muratori sono le nostre priorità irrazionali, i pazienti dovrebbero esserlo (ossia lo sono in teoria, almeno fino a che l’etica non entra in contrasto con le priorità personali), e l’ospedale l’impianto etico. Ne vale ancora la pena, quando per salvare venti pazienti se ne fanno morire trenta? (L’ho detto che l’etica assoluta accoppiata con i numeri rasenta il tragicomico, vero?)

Trovo assurda la domanda “Sono più importanti gli esseri umani o le bestie?” per un semplice motivo: assoluta com’è, si appella all’etica assoluta; ma nella quotidianità la maggior parte delle persone attribuisce importanza (giustificandola con l’etica o meno) a una creatura partendo dalla propria irrazionale individualità, dai propri tutt’altro che universali affetti, e scontrandosi più o meno con l’etica ufficiale – scoprendo che quest’ultima le è più o meno, come ogni mezzo può essere, utile o dannosa.

Se ho scritto questo discorso è perché mi concepisco, mentre poggio il mio culo sano su una sedia che a me costerebbe un centesimo di stipendio e ad altre persone in altre zone del mondo costerebbe due stipendi, una fortunata beneficiaria di tante morti nel mondo. Se vivessi con assolutezza l’etica ufficiale, dovrei ristrutturare la mia vita per darle come priorità quelle dell’etica. Non lo faccio, e non considero ipocrita chi non lo fa.
Considero ipocrita chi, per criticare la persona che spende ventimila euro per un cane, tira in causa la maggiore importanza della vita umana rispetto a quella bestiale, senza aver prima ristrutturato la propria vita per rendere tale principio una norma di vita; chi parla di “la vita umana è più importante di quella bestiale” mentre di fatto mette in pratica “alcune vite umane sono più importanti di quelle bestiali” (idem per il viceversa, ovviamente: è facile fare gli animalisti solo perché si ha un gatto in casa che si ama moltissimo, confondendo amore ed etica).
Tags: