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diosbios
23 May 2012 @ 03:29 am
Sono le 02:58 di notte e domattina dovrei (dovrei - dovrò) svegliarmi presto.
Sono le 02:58 di notte a causa di un curriculum da riscrivere, e decine di minuti persi nella grottesca mansione di stilare la propria bibliografia, nonché alla ricerca di quei dati e sigle che beatamente davi per scontati, e poi riappaiono, necessari, come fantasmi che andranno a riempire uno slot non ignorabile del curriculum.
Dovrei - dovrò - cercare di essere breve.
Sono viva.
Un po' meno breve.
Noto persone, su Facebook, lamentarsi perché gli scrittori che hanno pubblicato a pagamento vengono discriminati. Si sarebbe giunti a questo punto. O ci si era già giunti mentre ero distratta? L'enorme universo degli scrittori non emersi che passano più tempo a parlare di editing e cercando di farsi pubblicare che scrivendo mi devasta. Sinceramente. C'è qualcosa che mi commuove come potrebbe commuovermi la Vigevano di Mastronardi.
Meglio Testori, si sa.
Ho per fortuna avuto di nuovo il piacere di parlare di Mr "L'omosessualità e Comunione&Liberazione" con la Profetessa, nel corso di una visita fatta a lei e al compagno, qualche settimana fa. Mi ci voleva. Mi ci volevano tante cose, dopo la laurea. G, ad esempio, che viene qui domani. La piccola enorme G che si è convertita al mio allineamento: pansessuale poliamorosa - più o meno. Insomma, con una cosa vaga come "pansessuale poliamorosa" non è che ci si possa abbandonare alle cieche certezze che altri inscatolamenti permettono.
In tutto questo sto invecchiando, suppongo. E' difficile dirsi "sto invecchiando", se si è una di quelle persone che si sentono nate vecchie. Di fatto, so di essere regredita a partire da qualche anno fa. Nel frattempo, invecchio. Non so bene quando, e se, io sia cresciuta.
Ho scritto e scrivo. Tipico dei periodi stressati. Ho scritto quel racconto breve per quell'antologia idealista di genere space opera. Scrivo per i cazzi miei, riesumando una vecchia trama che - ho scoperto - potrebbe avere molto da dire. Ho blaterato per un sacco di tempo, in questo blog, di questioni di identità di genere, sesso, sessualità e via discorrendo, e poi ho più ho meno smesso, nauseata da me stessa per non farmi nauseare dal mondo in cui vivo. Potrei ricominciare, sublimando, con quella trama che avrebbe molto da dire - sul gender, sulle false emancipazioni, sull'imperialismo culturale delle vecchie elite, e un sacco di robaccia che starebbe tanto simpatica ai gender studies e ai postcolonial studies.
Il fatto è che tiro le somme, e non per mia scelta. Devo farlo se voglio procedere con la dannata application (ma come si dice, poi, in italiano? "Candidatura"? Chi è quella testa di cazzo che dice che le lingue straniere straniscono, perché la lingua madre è quella degli affetti? Amo con fervore ciò che è collegato alla parola "application") - per il master, sapete. Quel master all'estero - un master all'estero. Ma comunque. L'application mi richiede di fare un sacco di lavoro di auto-giudizio, giudicare me stessa e rivendermi bene.
Così, oggi ho re-incontrato la (ex) relatrice, che si è googlata i miei articoli online e mi ha fatto un sacco di domande (anche domande da colloquio di lavoro sui miei affetti, sulle mie priorità, su cosa mi lega e non mi lega qui - per fortuna ho risposte pronte da quando ho 16 anni, e per fortuna in ciò sono abbastanza coerente), e mi ha dato un'idea preziosa: scrivere, all'inizio del curriculum vitae, un personal statement che faccia una magia. La magia è semplice eppur meravigliosa: devo riunire le settecento cose che componevano il mio vecchio curriculum vitae da 7 pagine (ora 3) con un unico filo rosso. Proviamo, dai. Abbiamo provato, e il filo rosso c'è veramente.
Vorrei a questo punto cogliere le parole-chiave che compongono la collana dal filo rosso di cui sopra e urlarle, ma purtroppo non ho mai smesso di farlo, quindi posso gongolare (o terrorizzarmi) solo nella mia solitudine. E' uno di quei momenti che, chi fa ricerca (di qualsiasi tipo), associa a un "E' tutto collegato!". E' bello, quando i conti tornano. Si sente di avere un senso - non un senso in senso esistenziale, intendiamoci, semplicemente un senso vendibile.
Ho ripreso in mano la trama che avrebbe molto da dire perché ho dovuto, causa altri impegni, mettere in pausa lo studio sul nazionalsocialismo (il ri-studio, ossia) in cui mi ero immersa. Quello studio atto a partorire un'altra trama, e che richiede una rispolveratina e un approfondimento di temi quali "Heydrich", "SS", "Mein Kampf" (no, non l'ho finito - MA LO FARO'!) e via discorrendo. La trama che avrebbe molto da dire non richiede conoscenze pregresse, o, per meglio dire, quelle che richiede sono già disponibili nel mio cervello.
A parte tutto ciò, sono attualmente impegnata con la ricerca dell'insostenibile leggerezza dell'essere (no, non ho ancora letto il romanzo). Cerco l'approccio, il modo giusto di guardare alle cose, e soprattutto di volerle, a partire dalla prosa per giungere al curriculum vitae.
Credo che l'approccio sia tutto, creature. Guardare una becera puntata di Dog Whisperer, in cui il simpatico addestratore di cani zen deve certamente conquistare un sacco di casalinghe, me lo conferma.
In fondo non cambio mai.
Dal cane mangia cane sono semplicemente passata al cercare di trattare qualsiasi cosa come dovrei trattare un cane - che non è il "trattare da cani", creaturine.
 
 
diosbios
Per non sentirmi troppo libera, partecipo a concorsi per antologie no-profit.
In realtà ho già avvisato del fatto che sarò disponibile dal 20 aprile in poi - post-tesi, insomma - ma intanto lascio che il mio cervello investa in quel progetto.
Non so esattamente perché.
So che scrivo, e dire "scrivo" - mi rendo conto ora - non è altro che una constatazione. Non è una dichiarazione d'intenti né una riflessione attorno a me: è il semplice constatare che non passo periodi troppo lunghi senza scrivere, non importa cosa.
Il bello di un'antologia a tema è che ti aiuta a canalizzare. Odio scrivere su commissione - intendo: scrivere professionalmente, con tutte le regole esplicite e implicite del caso - ma un'antologia no-profit per esordienti (cosa che non so se sono) pone molti pochi limiti. Il tema, fondamentalmente. Il tema è "space opera", e ho dovuto wikipediarlo, perché rimango sempre la stessa creaturina ignorante in tema di categorizzazioni nell'ambito letterario (post-moderno & tutto il resto non basta? È già troppo). Il fatto che io abbia ingurgitato della space opera non significa che sappia come si chiama. Sono la solita bieca e compiaciutamente tale ignorante.
Il bello di un'antologia è che devi scrivere un racconto, ossia concentrare la tua attenzione in un investimento esiguo. Gioco facile, insomma - modo facile di scaricare creatività. Posso anche dirmi, se vengo selezionata, che perseguo una certa continuità, ossia: pubblico un minimo ogni tot tempo.
Non ricordo sinceramente l'ultima antologia in cui mi sono ficcata. Devo aggiornare la lista. Era quella sui robot o quella a tema informatico? (E continuo a chiedermi: perché sono tanto connessa a tali ambiti, di cui poi leggo così poco?) Comunque, doveva essere la primavera scorsa.
Amo disseminarmi qui e lì. Non c'è un vero scopo, credo. Certo, aggiornare le mie pubblicazioni - pagate e non pagate, minori e maggiori - può illudermi del fatto che io abbia un curriculum sensato. L'attività letteraria non è mai stata esclusa dalla sottoscritta come possibilità, ma neanche mai veramente considerata - e ciò per il mio odio per le commissioni, che probabilmente è un odio per il grande pubblico. Non si dice, vero? Intendo, non dovrei dirlo pubblicamente. Ma ogni volta che constato questo paradosso mi viene in mente Soffocare di Palahniuk, che incipita con una pseudo-invettiva rivolta al lettore. Forse è grazioso avere tra le mani un'invettiva che si rivolgerebbe a te, se solo non fossi tu ad avere potere su di lei. Deve essere come tenere in gabbia un leone a cui hanno cavato i denti.
Non ricordo se fosse Göring, quello che si teneva in casa un leone sdentato e senza artigli. Devo averlo letto in Hitler di Genna.
A proposito...
Ho finito Hitler di Genna.
Le impressioni a fine lettura non sono diverse da quelle iniziali. Permane un ottimo giudizio della prosa (odio questo modo d'esprimersi finto-professionale, quando sto fondamentalmente dicendo quel che mi passa per la testa senza troppo impegno) e forti critiche all'approccio. Circa il contenuto c'è poco da dire: è la vita di Hitler. Non indago neanche quanto sia precisa o non precisa storicamente, se per "storicamente" si vuole intendere "fatti in successione cronologica". Se per "storicamente", invece, si vuole intendere qualcosa di più ampio, allora vi rientra il problema dell'approccio.
Hitler è una demonizzazione. Non una demonizzazione rivelatrice, ma la constatazione di una demonizzazione vecchia: quella del Baffetto, per l'appunto. Parlando con VB, le ho mostrato la foto di Genna e le ho detto che Genna, per rappresentare Hitler, usa la metafora del siberian husky, parlando (non ricordo le esatte parole) dello sguardo glaciale di tale razza di cane. Tale commento si è inserito in una più ampia discussione che stavo avendo con VB sui tipi di fisionomie che ci attraggono, su quelle che non ci dicono nulla, su quelle che ci repellono e su quelle che troviamo famigliari.
Ho gli occhi azzurri, come alcuni tra voi sapranno. Ho gli occhi azzurri e trovo famigliari gli occhi chiari. Per "famigliari" intendo: riesco a leggervi emozioni. Gli occhi scuri, invece, mi risultano incomprensibili: sono buchi neri, per me. Possono essere affascinanti in quanto tali, ma mai riescono a risultarmi famigliari, e quindi rassicuranti (di per sé, ovviamente - dopo un po' che conosci una persona impari a intendere tutte le sue esternazioni).
Genna usa la metafora del siberian husky, e quindi degli occhi chiari, per parlare di "glacialità". È vecchia retorica, questa: l'algido ariano. La freddezza sottintende mancanza di empatia, di comprensione - e io non posso comprendere Genna, i cui occhi scuri mi risultano molto più minacciosi - minacciosi in quanto distanti - di quelli di Hitler.
Ovviamente non so se la mia significazione di occhi chiari e scuri dipenda dal colore dei miei, di occhi, o da altri influssi culturali. Ricordo che, leggendo il Tonio Kröger di Mann, incappai in una descrizione abbastanza generalizzante che faceva degli italiani, con il loro "sguardo ferino". Mi colpì, perché generalizzava con una generalizzazione che capivo (ossia: mi ha tolto le parole di bocca). Togliendo la generalizzazione sugli italiani, che hanno occhi di diverse forme e colori, mi rendo però conto di farne un'altra, che coinvolge un certo tipo di fisiognomica. Non so come tale fisiognomica sarebbe stata definita nel complesso schema nato a inizio Novecento e raffinato durante il nazismo, so solo descriverla. Potrei dire che è latina, e forse in parte lo è. Ha occhi scuri, dalla linea morbida (quella che viene chiamata "ammaliante" dalla vecchia retorica), con sopracciglia arcuate, bocca ben delineata e una forma del viso che non è né nordica, né slava, né araba - e quindi forse, per esclusione, è latina. È questa tipologia che mi risulta "ferina" - una ferinità che può affascinarmi, anzi, devo constatare il suo averlo fatto sovente, dato che molti miei amanti, soprattutto donne, erano esattamente così. Sono attratta da ciò che mi risulta estraneo? Molto da cliché, ma se così è ne sono felice. Meglio questo che usare tali tratti per demonizzare un Grande Cattivo Altro da me come Hitler.
Insomma, tornando a Hitler di Genna, sono fortemente critica (altra espressione finto-professionale). Genna non ha fatto nulla di nuovo, anzi, ha fatto coscientemente quello che negli anni Cinquanta è stato fatto inconsciamente: si è rivolto al male ontologico.
Mentre finivo il romanzo, ho chiesto su Facebook consigli per un saggio sulle SS - cercavo un saggio che fosse sia storico in senso stretto che in senso ampio, e mi desse anche una panoramica dell'ideologia. Tra un commento e l'altro, è nuovamente pop-uppato I volenterosi carnefici di Hitler di Goldhagen, saggio che da qualche settimana mi rincorreva. Mi è stato nominato come libro da leggere, "uno di quei libri assolutamente da leggere", con commenti positivi. Dato che il titolo mi stava - così, a pelle - un po' sul cazzo, sono andata a informarmi cercando recensioni.
Non ho letto I volenterosi carnefici di Hitler e forse lo farò proprio grazie alle recensioni. Una, in particolare, analizzava l'apparente paradosso per cui tale saggio è stato fortemente criticato dagli esperti e particolarmente amato dal grande pubblico. Ora, il libro porta avanti la tesi per cui l'anti-semitismo sia una caratteristica innata del popolo tedesco. Detta così, può significare tutto e nulla. Potrebbe significare che l'anti-semitismo è innato nel nazionalismo tedesco, ma ciò sarebbe scontato: tutti i nazionalismi, per essere tali, rigettano le culture altre da quelle egemone, e in Germania c'erano una folta e importante cultura ebraica. Si tende a dimenticare che l'anti-semitismo era diffuso in tutta Europa a inizio Novecento (si veda il caso Dreyfus) e che in Germania gli ebrei avevano sviluppato una cultura a sé (quella yiddish), per quanto "a sé" una cultura possa essere. Nel quadro del nazionalismo, la soluzione a tale equazione è semplice.
Non ho letto il saggio, come ho detto, e so che si propone di analizzare come l'anti-semitismo sia storicamente insito nella cultura tedesca. Al di là del fatto che lo sia o meno - e se lo sia più o meno in altre culture europee, fattore non analizzato nel saggio - il problema che tale libro pone agli esperti è facile da riconoscere: cercare di appioppare tutta la colpa ai tedeschi significa retrocedere di cinquant'anni nella ricerca. Di mezzo ci sono state svolte, rielaborazioni, messe in dubbio, e via discorrendo. Si dovrebbe andare oltre, e invece Goldhagen torna indietro, e il pubblico lo acclama - e qui si pone il problema: perché il pubblico lo acclama?
Goldhagen, come Genna, porta avanti un lavoro atto a rintracciare un colpevole. Se i tedeschi hanno ammazzato tutti quegli ebrei a causa di un anti-semitismo innato, allora la faccenda è risolta: l'anti-semitismo riguarda i tedeschi, non tutti gli altri. Se l'anti-semitismo promana da Hitler, e viene accolto da un gregge belante - come Genna mostra - il problema è Hitler, non tutti gli altri.
Ma tra Hitler e l'oggi ci sono delle situazioni che complicano tale sentenza. C'è stato il Vietnam, ci sono state le guerre etniche - in ex Jugoslavia, in Ruanda - c'è stato il disconoscimento di una cultura occidentale che ha demonizzato il comunismo alla maniera di Hitler. Troppe eccezioni al pensare che il male è tutto in Hitler, o nella cultura tedesca.
Leggerò, spero, I volenterosi carnefici di Hitler, e ne parlerò. Ho letto Hitler, e lo consiglio a chi se ne intende veramente dell'argomento. Sconsiglio la sua diffusione selvaggia, perché questo romanzo è ben scritto e dà l'idea di essere una biografia puntuale - mentre Genna riempie tutti i buchi nera che caratterizzano la storia (ossia quelle cosa che non sono né dimostrabili né confutabili per mezzo di documenti storici) con un anti-semitismo grottesco (e non-nato, o nato già come tale, tautologico, ontologico) portato avanti da un Hitler che è non-umano (come dice esplicitamente Genna). Genna che - e qui lo odio e basta - sprona a non cercare di capire, sulla scia di quell'odiata scuola che ha insistito col dire che l'Olocausto è incomprensibile in quanto male ontologico, e comprenderlo significa giustificarlo. Non sopporto questa connessione, questo "comprendere significa giustificare", e odio ancor di più le code di paglia che dicono di "comprendere ma non giustificare". Cosa significa "giustificare"? Odio questo termine. Suggerisce un dare ragioni, a un fenomeno, che lo "approvano". Se si parla di comprensione si parla di comprensione, non di giudizio. Cercare le ragioni di Tizio non ha diretto collegamento con l'approvarle o meno, con il definirle giuste o meno. "Lo comprendo ma non lo approvo" mi suona come un "Lo comprendo ma sappiate che siete stati tanto cattivi e ve lo dirò ogni volta che vi incontro". Da dove è nata tale ipocrisia, tanto abusata da quelli che si definiscono storici e ricercatori, e quindi dovrebbero saper scindere ricerca da giudizio?
Genna si ferma prima, si ferma al "non cercate neanche di comprendere perché è incomprensibile", incomprensibile come Dio, il Diavolo e tutte le essenze ontologiche.
Genna - e lo odio anche qui - dissemina per il romanzo tributi a un'altra scuola, quella della memoria, quella che vi parla dell'importanza di ricordare il passato - dimenticando che il ricordo è sempre una rielaborazione, e che il nazionalismo ha giustificato se stesso proprio ricorrendo alla memoria storica. Ma non odio questo fare di Genna di per sé, bensì perché tali tributi sembrano dire - dicono, anzi - che il romanzo è stato scritto proprio per quei milioni di morti (ebrei - gli altri dimentichiamoli pure) anonimi, mentre il libro si intitola "Hitler" e parla di Hitler. Genna, che cazzo... Coerenza.
Incoerente è l'intento dichiarato di voler sminuire il gigante Hitler - ma ripetere "Hitler non era nessuno, non va ricordato" in un consistente tomo che non fa altro che parlarne, beh... Quasi quasi fa venire voglia anche a me di ricordarlo con particolare trasporto.
Il problema, insomma, sta nella coerenza su diversi livelli. Condannare la "tedeschicità" di essere stata il male per gli ebrei non è troppo dissimile da quello che a quel "male" portò, ossia la condanna dell'"ebraicità" di essere stata il male per i tedeschi.
Insomma, Genna fa esattamente ciò che critica: stigmatizza. Ma non scriverò un romanzo per ripetere alle masse quanto ontologicamente malvagio Genna sia, e come sia importante sminuirlo.
Non so quanto successo abbia avuto Hitler. Me lo diranno i posteri nel Valhalla, spero. So che - l'ho già scritto altrove - mi fa venire in mente HHhH per l'impressione generale di leggere un prodotto scritto da una persona che si è ben informata sugli eventi storici in senso stretto, ma a cui manca uno studio più ampio, un quadro teorico e di riflessione attorno all'argomento. Per dirne una, Genna accetta la visione per cui Hitler avrebbe vissuto un periodo di estrema povertà - faccenda che la ricerca ha riletto definendola un'"automitizzazione" attuata da Hitler per drammatizzarsi e vittimizzarsi. Ma questa è un'inezia. Quel che manca in senso ampio è il tenere in considerazione la storiografia sull'argomento - HHhH, come Hitler, faceva pop-uppare visioni che diceva proprie ma che risultano scontate per qualsiasi esperto del settore. È un po' l'effetto de Il Codice Da Vinci: l'esperto del settore nota con disappunto come Brown venda come perle rarissime e innovative quelle che sono nozioni basilari (e talvolta sommarie).
Consiglio, nuovamente, di leggere Il cimitero di Praga e Le benevole. Letti questi due, consiglio anche di leggere HHhH e Hitler. Valga anche il senso inverso. Temo solo - vecchio timore - che opere come HHhH e Hitler (e Il Codice Da Vinci) vengano prese come oro colato dal lettore, e non per sola colpa del lettore: sospendiamo l'incredulità quando ci troviamo davanti a palese fiction; ma quando la fiction appare come report storico, allora non sospendiamo nulla e crediamo e basta.




Da che ho cominciato a scrivere sono passati un paio di giorni.
Nel frattempo, ho iniziato a scrivere quel racconto per la raccolta a tema "space opera". Il bello delle antologie no-profit è che non necessitano grande investimenti in termini emotivi e di iniziative, e quindi lavoro con più rilassatezza. Ho letto l'incipit a VB, le ho detto come si strutturerà il racconto e abbiamo riso. Ho riso di quel che scriverò, e lo scriverò ciò nonostante - o forse proprio perché ne ho riso. È un bene o un male? Ridere di quel che decido di dare in pasto al lettore significa un po' ridere del lettore - e così ricordo di aver letto, diverse volte in Rete, dell'importanza di rispettare il lettore.
Lo ammetto: non ho mai ben compreso che cazzo significhi rispettare il lettore. Non inveirgli contro? Lo escludo, dato che raramente i libri lo fanno (Palahniuk è un raro esempio). Prenderlo sul serio? Considerarlo degno di rispetto... da che punto di vista?
Come diavolo si rispetta il lettore?
Non indago su ciò per una certa volontà di rispettare il lettore. Tendenzialmente depreco "Il lettore", ossia il lettore medio, ossia quello che decreta il successo de Il Codice Da Vinci. Anzi, questo lettore post-Romanticismo mi è persino nemico: è colpa sua se la letteratura si è fatta meno complessa - meno complessa in potenziale, ossia: ha meno la possibilità di ricorrere a certe complessità.
I posteri, nel Valhalla, mi faranno sapere se ho rispettato i lettori.

Nel mentre, ho letto Un giorno questo dolore ti sarà utile e Peter Camenzind.
Il secondo è un libro di Hesse - e chi ha letto Hesse avrà capito che intendo, dato che Hesse è sempre inesorabilmente Hesse, perlomeno in Narciso e Boccadoro, Siddharta e Il giuoco delle perle di vetro. Demian è una degna eccezione, nonché uno dei miei libri preferiti: è come se in Demian Hesse fosse riuscito a liberarsi dei lati negativi di sé per esplodere in quelli positivi. Leggerò Il lupo della steppa, romanzo che iniziai anni fa e accantonai perché esistenzialmente troppo pesante. Era un periodo pesante di per sé. E mi riconoscevo troppo. Forse accadrà ancora. Mi fece, comunque, un effetto simile al De Profundis di Wilde: annichilente. Quindi, diverso dal solito Hesse.
Un giorno questo dolore ti sarà utile è un romanzo strano. Ha un approccio ironico ma è di una pesantezza esistenziale sconfinata. E poi vi ho ritrovato una visione del mondo troppo simile a quella che è stata mia, e che in parte lo è tutt'ora, e ciò mi ha sprofondato in riflessioni paranoiche.
Sul divano che non è un divano ma due materassi nudi ho disegnato per VB uno schemino più o meno così:

Legge: legale/illegale
Moralità: morale/immorale
Psicologia: sano/malato


Lo schemino funziona così: si prende un determinato evento e si completa la tabella sottolineando quale delle due alternative sussiste. Ad esempio, l'omosessualità a fine Ottocento era "illegale, immorale, malata". La pedofilia oggi è "illegale, immorale, malata". La beneficenza oggi è "legale, morale, sana". Etc etc...
La tesi che ho portato a VB con grave serietà vuole che il lato psicologico non esista di per sé, ma sia la risultante dei primi due. Modo convoluto di dire che la pazzia è relativa. Tendenzialmente, sostenevo, un comportamento che sia illegale in una data società sarà anche immorale, e quindi malato. Se un soggetto viene analizzato al fine di comprendere se sia sano mentalmente, non ci si può non riferire alla sua relazione con la legge e con la moralità vigenti.
Lei mi ha quindi domandato io come sarei collocata.
Sono nella sfera della legalità per ora, le ho detto, e divulgo una moralità altamente immorale per questa società. Non da tutti i punti di vista, beninteso. Quel che intendevo dire è che, se commettessi un crimine, e qualcuno venisse qui sul mio blog per contestualizzarmi, vi ritroverebbe un pensiero che va perlopiù contro la morale vigente. Essendo così illegale e immorale, verrei catalogata come malata psicologicamente - e questo è il mio incubo.
Ieri pomeriggio, dopo una nottata con due sole ore di sonno, sono crollata. Ho dormito fino a stanotte, svegliandomi da un incubo.
L'incubo in questione era una seduta di psicanalisi. Devo dire di essere anche abbastanza compiaciuta: sono stata brava a creare un personaggio-psicanalista che mi ponesse domande. Ad esempio, tale psicanalista mi ha chiesto:
"Perché abbisogni di essere compresa linguisticamente per sentire di essere amata?"
(Lo psicanalista era frutto della mia mente, e quindi usando la parola "linguisticamente" intendeva qualcosa di molto ampio, che va oltre la mera lingua parlata.)
Mi ha anche chiesto perché non riuscissi a stendermi e semplicemente oziare, e io cercavo di spiegargli che se mi stendo ho due possibilità: o dormo o devo essere apatica, per non fare nulla. E so essere apatica, mio malgrado, purtroppo.
Mi sono svegliata perturbata, andandomi ad accucciare sul divano materassoso in attesa che quella brutta sensazione passasse - per quanto può passare la consapevolezza di una potenzialità.
Mi sono chiesta se tale sogno fosse dovuto a un fatto realizzato l'altro ieri, prima di addormentarmi, ossia: che la mia creatività deperisce, e ravvivarla significa attingere da quello stesso calderone che mi renderebbe più esplicitamente pazza. La mia creatività deperisce anche perché non uso più proiettarmi in cose distanti da me. Non sono Hitler né l'amministrazione britannica di Colonia del Capo, certo, ma ormai comprendo abbastanza queste due entità da ri-conoscerle. Evito invece, da tanto, di farmi avvolgere dal ricordo di una certa atmosfera - una qualsiasi, come quella suggerita da una vecchia villa abbandonata, o quella che una canzone mi suggerirebbe se non decidessi arbitrariamente cosa deve suggerirmi.
Mi sono insomma chiesta se tale mancato viaggiare mentalmente sia duplice causa: sia della mancanza di creatività che della mancanza di psicosi.
Perché non sono più psicotica, ormai. Lo ero. Ora sono nevrotica. Ridistribuisco il mio ordine con costanza e ciò mi permette di rimanere con i piedi per terra e di non cader vittima di un horror vacui.
Nel sogno, invece, ero psicotica. Lo psicanalista mi faceva andare d'urgenza a fare una seduta perché ero in una situazione critica. Ero ufficialmente malata, insomma.
Qualche sera fa ho intravisto un servizio sulla depressione in Italia. Un'intervistata parlava dell'importanza, tanto ripetuta, di parlare agli altri della propria condizione, ossia di dire: "Ebbene, sono malata di [depressione o altro]".
Ricordo il sollievo che provai anni fa quando il mio disagio si fece ufficiale. Stavo male, da morire, e tale ufficializzazione mi permise di fare quello che amano tanto fare alcuni bambini: mettersi a letto e farsi accudire.
Oggi non sto male da morire, e so che tale ufficializzazione significa una de-responsabilizzazione. Insomma, vieni meno preso sul serio, ti vengono affibbiate meno responsabilità - e questo è un bene se non riesci a gestirle e ti stanno affondando, ma è un male nella misura in cui la tua voce acquisisce un peso diverso, più relativo.
Nel sogno non sapevo rispondere alla prima domanda dello psicanalista. Gli ho risposto nella dormiveglia del risveglio - gli ho fornito una risposta sostenuta dai tanti studi fatti, una risposta coerente e logica e da cui non riesco a sfuggire.
Sapete qual è la cosa peggiore della psicologia?
Che non cerca la verità, ma il benessere. Non è la verità ma il benessere a farti stare male o bene. Io posso anche ripetermi la risposta data allo psicanalista, e trovarla logica e non confutabile, ma anche se fosse giusta, giusta ontologicamente, questo non mi farebbe stare meglio da un punto di vista psicologico.

Ora ho un grosso problema.
È verosimile che ciò che mi permettesse di essere creativa corrisponda a ciò che mi permise di essere psicopatica. L'esperienza suggerisce ciò. Il problema è che senza creatività mi sto spegnendo, mentre da psicopatica rischio direttamente di esplodere.
Indovinate quale sceglierò.
 
 
diosbios
20 March 2012 @ 02:57 am
(Scritto ieri, postato oggi.)




Vivo in un bel quartiere.
Lo riscopro scendendo al market tenuto da cinesi che dista 30 secondi da casa mia - scendo per un'improvvisa voglia di Redbull, invero - osservando un commesso giocare a nascondino con un bambino senegalese.
Il market è un'isola a sé: tenuto da cinesi, ha una clientela perlopiù senegalese in un quartiere di maggioranza caucasica anziana con isole senegalesi.
Il quartiere è un'isola a sé: è piccolo, e ciò evita ghettizzazioni. Tutti conoscono tutti, nessuno è in numero abbastanza preponderante da imporsi (escluse le vecchiette, ma per fortuna le vecchiette hanno limitate facoltà di creare regimi del terrore, e la comunità della chiesa, ma per fortuna il cattolicesimo è obbligato a essere tollerante circa il colore della pelle), e io so che faticherei a trovare un habitat simile altrove.
A ciò penso quando sento italiani lamentare che stranieri "vengono qui, che non è casa loro, e non rispettano le nostre abitudini e tradizioni": "casa mia" è questo melting-pot, questa è la mia abitudine e tradizione - sempre che io voglia appellarmi ad abitudini e tradizioni. Senza tirare in causa temi triti e ritriti, e che servono solo quando non si hanno migliori giustificazioni, sto bene così e non vedo perché una persona di Bergamo o di Canicattì dovrebbe avere il diritto di decidere chi devo incontrare quando vado a comprarmi una Redbull.

Hitler di Genna lo finirò perché voglio ripassare la vita di Hitler, fondamentalmente.
Per il resto, a pagina 472 di 665, lo ritengo lesivo. La prosa continua a piacermi, anche se sulle lunghe si ripete un po', ma non è la forma in senso stretto a infastidirmi. È la forma in senso molto ampio, ossia: il quadro interpretativo in cui gli eventi vengono collocati, il modo in cui vengono rappresentati, ossia interpretati.
Mi sono domandata, leggendo, se un tedesco leggerebbe questo libro, poiché in Hitler ci sono tre tipi di personaggi: i nazisti cattivi, ontologicamente cattivi e quindi non indagabili (ossia: difficile immedesimarcisi, a meno che non si condividano le psicosi dell'Hitler di Genna - ma questo è un altro discorso); i tedeschi, come entità collettiva belante e inneggiante; le vittime, che esistono in quanto vittime.
Esteticamente, in senso né troppo stretto né troppo largo, è una bella incisione di Dürer: Genna ha fatto bene quel che (suppongo) si è preposto di fare. Il problema risiede in quello che si è proposto di fare. Intendo dire... Non credo che una visione catara & ontologica dell'Olocausto mancasse nel nostro panorama, anzi, la visione catara & ontologica è stata la prima a sorgere dopo l'Olocausto. Poi è venuta la Arendt etc etc... Di come il Nazionalsocialismo nel proprio anti-semitismo sia stato visto nei decenni che seguirono parla bene Gerwarth (l'autore di Hitler's Hangman), il quale - c'è da dire - è uno storico. Genna è uno scrittore. È che con Genna ho la stessa impressione avuta con Binet (autore di HHhH): due persone che si sono informate storicamente in senso stretto, ossia appuntandosi date ed eventi, ma a cui manca una visione critica.
C'è da dire che Eco, semiologo-scrittore, nel suo voler rappresentare l'anti-semitismo (Il cimitero di Praga) è stato perlopiù frainteso: non gli si è dato dell'anti-semita, perché è Eco e perché il romanzo è troppo esplicitamente anti-semita per essere veramente anti-semita, è stato fatto di peggio: è stato criticato per non essere stato abbastanza anti-anti-semita. Eco avrebbe dovuto, insomma, condannare più esplicitamente l'anti-semitismo - ciò con un romanzo che entra nei panni dell'anti-semita per mostrare, passo passo, come l'anti-semitismo sia stato costruito, e sia sempre costruibile, alla stregua di molti altri miti negativi.
Genna fa questo: condanna. Lo fa approcciando i cattivi con uno sguardo disincantato, lo sguardo di chi è abituato alla violenza e la osserva a occhi spalancati, ma sembra l'abitudine alla violenza mostrata dalle precedenti rappresentazioni di un nazismo ontologicamente negativo, non alla violenza in quanto possibilità umana. Insomma: Genna vede il Male ma non vede l'Umano (e infatti il suo Hitler non è umano; chi lo sarebbe, ossia i tedeschi, viene ridotto a una massa indistinta; le vittime, umanissime, sono umane in quanto vittime).
E allora torno al mio amato Le benevole, che amo di per sé e perché, essendo stato scritto da un ebreo, non può essere condannato di anti-semitismo. Non è meravigliosamente ironico? Tra Hitler, HHhH, Il cimitero di Praga e Le benevole, quest'ultimo è quello più tacciabile d'essere antisemita. È l'unico in cui vengano portate spiegazioni logiche e non confutabili per accusare gli ebrei, senza che queste spiegazioni vengano liquidate dall'autore con la parola "odio". Ma Littell è ebreo, quindi Le benevole è in libreria. Non è meravigliosamente ironico? Come umanità, non siamo un po' ridicoli?

Lavoro alla conclusione della tesi, che alla fine sto modificando. Ho passato così tanti mesi su questa tesi che al momento mi manca un quadro d'insieme, e il timore è di discostarmene proprio ora, nella conclusione.
Ma sono abbastanza tranquilla.
L'ultima correzione mi ha rassicurato, ossia: relatrice ufficiale e relatore non ufficiale hanno apportato correzioni che mi sono state utili. Mi sono sentita seguita. Dopotutto, c'è un motivo per cui la Germania mi è piaciuta tanto: mi piacciono i sistemi in cui le autorità mi fanno sentire sostenuta.
 
 
diosbios
16 March 2012 @ 07:23 am
Sulla scrivania: una lampada Ikea da tavolo dall'irrisorio prezzo, comprata mesi fa per sostituire temporaneamente un'altra lampada dall'irrisorio prezzo, sopravvissuta al trasloco e ai dettami del restyling. Eccola qui, la squadrata fonte di luce che ride in faccia alla morte.
Per il resto, la scrivania è abbastanza vuota - attualmente e in potenziale. "In potenziale": non dovrò più riempirla di saggi in consultazione, anzi, a breve svuoterò le mensole a venti centimetri da me, quelle dedicate a "tutto ciò che concerne Sudafrica e De Beers". Finirà tutto nell'altra libreria, tematicamente. Dopo la sezione "A.D. 1630", la sezione "Trismegisto & co." la sezione "norreni" e la sezione "tedescume vario", avremo anche la sezione "Sudafrica & De Beers". Ciò che mi spaventa è che, a differenza delle altre sezioni, questo è un capitolo praticamente chiuso. Non del tutto, ovvio. Tutto ciò che concerne compounds & prigioni & annessi rimane capitolo aperto - vedesi la sezione "Foucault", ma l'argomento di per sé è abbastanza soddisfatto. Creepy, isn't it?
Ho passato la serata e la nottata lavorando a capo e coda della tesi, ossia all'introduzione e alla conclusione. La conclusione è scritta, per ora, a mano su carta. Trascrivendola capirò se ha senso o meno. Sono afflitta da questi momenti di incertezze esistenziale: "Ciò che ho affermato ha senso?" Colpa del seguire sensazioni e impressioni, per poi andare a cercare nelle fonti dati che comprovino il mio pensiero, ma soprattutto che lo sfatino. So che è un modus operandi pericoloso, che si rischia di riempirsi la vita di self-fulfilling prophecies, ma per fortuna stavolta avrò due relatori e massacrarmi se ho detto cazzate. D'altro canto, se non mi fossi abbandonata all'impressione iniziale non mi sarei mai messa a scrivere questa tesi. Il tempo trascorso e le informazioni raccolte mi hanno dato ragione, e ben venga. Speriamo funzioni anche la prossima volta.
Ho discusso con VB del Grande Vuoto che seguirà la discussione della tesi. Appena finito di discuterne, non mi sono data il tempo di respirare ed ecco che già avevo stilato una lista di occupazioni tappa-buco. Intanto, ho una biografia di Heydrich da finire. Una lettura funzionale: c'è il solito racconto-lungo/romanzo-breve che voglio scrivere, e mi servono informazioni. Ma aprire il capitolo "Heydrich" è stato come aprire una diga: sono di nuovo piombata nel tedescume vario. E non solo perché sto leggendo Hitler di Genna. Ho anche pensato che mi comprerò il Mittner riguardante la letteratura del periodo nazista.
"Il Mittner" è una di quelle cose che troverete in un qualche gruppo di Facebook sul genere "Cose da germanisti". "Il Mittner" sta a "Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner", un'opera che ti fa pensare a una di quelle vite romanzate spese in polverose biblioteche per completare un'opera monumentale - come questa Storia della letteratura tedesca è. Mittner ha poi un suo stile che ti ci fa affezionare, e che sa essere gradevole. È uno stile datato - quest'uomo è nato nel 1902 - con l'autore che commenta paternalisticamente ciò di cui scrive. Il Mittner mi ha insegnato cosa sia una "teodicea" - e tanti altri termini che ora non ricordo, e che ai tempi segnai a fine tomo (uno dei tre) per farmi una cultura.
Tutta la presente acrimonia italiana nei confronti del tedesco ha fatto rinascere i miei ricordi germanici. Non che li avessi veramente rimossi, chiariamoci - la mia nostalgia se ne sta lì quieta, un po' tragicomica, risorgendo ogni tanto in maniera più acuta - diciamo che mi ha portato a interessarmi nuovamente attivamente alla faccenda. O forse la colpa è di quel sogno che feci, quel sogno in cui mi parlavano in tedesco, io non capivo nulla e ciò mi faceva disperare.
Ieri sera sono inciampata ne Le iene mentre facevo altro, e nella mia attenzione dimezzata ho colto il commento di un asiatico (no, non ricordo da dove venisse) sulla delusione che l'Italia ha rappresentato per lui. Come al solito, a colpirmi sono stati i dettagli: la sua delusione nel constatare il mancante civismo dell'italiano, insomma. Poco prima mi ero trovata ad assistere a una ripresa del nostro Parlamento riunito, ossia ad assistere a una folla di persone in silenzio mentre un'altra parlava, una folla di persone occupata a: utilizzare il proprio cellulare, parlarci, chiacchierare l'una con l'altra ridendo, leggere fogli annotandovi appunti, muoversi tra una fila e l'altra come io mi sposto da un tavolo all'altro a una festa. Tutto questo mentre un parlamentare parlava. Come al solito, data la mia abissale ignoranza, mi sono detta - e mi dico - che c'è qualcosa che non so. Non qualcosa a livello antropologico, ma qualcosa che spieghi perché è lecito fare tutt'altro mentre un parlamentare espone una posizione. Una spiegazione logica, burocratica, strutturale. Ma, anche se ci fosse, che comportamento si trova a emulare il cittadino che osserva una tale situazione?
Sono così piombata nel mio solito fatalismo, questa volta dicendomi che è inutile discutere di tutti gli altri problemi politici ed economici se alla base c'è un Parlamento che si sente legittimato ad agire così. Lo so, coevi, in fondo è una questione di forma: ma è grazie alle questioni di forma che in Germania riuscivo a capire cosa stesse dicendo il docente, la cui voce non era coperta da un brusio, e grazie alle questioni di forma in Germania le lezioni prevedevano una costante interazione tra docente e studenti, e questo anche perché gli studenti non passavano il tempo chini sul proprio cellulare.

Il 20 aprile, se la mia relatrice non mi dice che c'è un enorme problema strutturale nella mia tesi realizzato grazie all'ultimo capitolo che le ho consegnato, discuto la tesi. La gente mi chiede se non ne sono felice e, beh, in realtà no, ne sono sollevata - che comunque è una cosa enorme, dato lo stress degli ultimi mesi. Il giorno in sé si prospetta, ma solo nei piani, come un mezzo inferno, per un motivo che per una volta non ho voglia di spiegare. Per una volta non scriverò qualcosa a causa della non voglia di rodermi il fegato pensando a come potrebbe essere intesa, a che conseguenze laide e collaterali potrebbe avere, etc etc, dicendomi che se proprio deve uscire da me allora lo farà in diretta. È la prima volta che riconosco con me stessa una tale bieca arrendevolezza, la prima volta che ometto - questo blog ha il senso di un diario pietista, quindi è la prima volta che lo faccio venire meno al suo senso - la prima volta che vengo palesemente meno a un mio buon principio, e quindi sono pubblicamente condannabile, eppure non faccio nulla - al momento - per rimediare al peccato. Ci sono poche cose che mi fanno sentire più di merda - e anche quelle sussistono, in questo periodo. È proprio un periodo di merda, l'ho detto? Per fortuna ho la tesi a cui lavorare per distrarmi. Poi probabilmente m'impiccherò.
In ogni caso, venga chi vuole. Mi si contatti per informazioni sul preciso dove/quando. Sinceramente, trovo poco sensato sbattersi per assistere a quelli che saranno credo 15 minuti di formalità, soprattutto considerando il fatto che non sto organizzando nulla per festeggiare. L'unica cosa che so è che, dopo, berrò. Credo.
 
 
diosbios
05 March 2012 @ 07:49 am
Giorni e giorni di studio senza un feedback in tempo reale (e quello datomi dai relatori non vale, perché non ci credo) mi portano qui, di nuovo, perché per qualche strano motivo vergare (fra quanto questa parola morirà?) su queste pagine mi sa di produttività.
Ciao, oh coevi, sono stressata.
E ogni volta che leggo "black labour" mi stresso un po' di più.
L'ultima settimana è stata spesa imparando come ottenere una forza lavoro controllata fino al buco del culo (e non è metaforico: stiamo parlando di diamanti) e dai bassi salari.
Gli ingredienti sono:
- una sconvolgente maggioranza di nativi di pelle non bianca;
- del sano colonialismo paternalista;
- uno Stato fantasma.
Poi basta rispolverare le nozioni rimaste da un esame di economia politica internazionale sull'importanza della produzione di un surplus di staple food, e un paio di altre cose che non ho voglia di ricordare ora. Gli appunti serviranno pure a qualcosa.

Penso sempre più che la comunità intellettuale attuale sia in fondo grande più o meno come quella dei tempi di Erasmo da Rotterdam. Ci sono quintali e quintali di pagine che, infine, circolano sempre tra le stesse persone. Tutti citano Turrell, Worger si fa editare da Smalberger che sicuramente, scoprirò, cita Worger, e via discorrendo.
Sono giunta, insomma, a un visione più tiepida del classico "nessuno mi capisce". In fondo è un po' vero: pochissimi mi capiscono, perché pochissimi muovono le proprie morbose manine nelle tonnellate di carta con cui ho arredato diversi scaffali della mia libreria Ikea.
Insomma, riassumendo: potrei scrivere anche una tesi sulle posizioni tenute dalla comunità intellettuale sul Sudafrica di fine Ottocento. Tanto ci stanno tutti in una stanza. Piccola.

La mia libreria Ikea dovrà essere spostata in giornata, per permettere all'imbianchino di ritoccare il lavoro già fatto. Non ne ho voglia. Mi sono svegliata alle 18:00 di ieri, ho passato una nottata insonne perlopiù studiando, sto bevendo una redbull dopo averci pensato di sottofondo per tre ore e, insomma, neanche voi avreste voglia di spostare la libreria Ikea già sovraccarica.

Faccio una doccia ogni sera (con VB - ormai siamo coordinate sotto la doccia come due commilitoni in costante mancanza di spazio vitale; siamo capaci di farci una doccia assieme in un bagno di due metri quadrati, ossia un bagno più piccolo della mia attuale doccia) per darmi una pausa. Faccio una doccia ogni sera accendendo una candela e usandola come unica luce per fare atmosfera - cerco insomma di immergermi in una convincente atmosfera "ti stai rilassando". Ovviamente, mi prendo in giro da sola. La doccia consiste in una serie di puntuali passaggi che vengono svolti con precisione, ma quando sento la testa girare lievemente per l'eccesso di vapore posso illudermi che mi sto rilassando - per il semplice fatto che in quella condizione non potrei fare altro.
Per convincermi ancora meglio, il prossimo fine settimana farò tappa a una spa, concedendomi (e questo non sarà un piacere illusorio) un massaggio alle mie legnose spalle, per non parlare del mio bloccatissimo collo. VB allevia le mie sofferenze quasi quotidianamente, riservandomi massaggi piacevoli e catartici - ma tanto il problema si ripresenta con costanza. Mi ci sono affezionata, ormai, a tale legnitudine insita: la reinterpreto come segno della mia concentrazione.

Ho guardato Immaturi trovandolo divertente e moralmente aberrante. Il fatto che questo film intendesse essere moralmente di guida mi dice tanto sulla mia posizione in questa società morale, suppongo.

Quando l'imbianchino avrà finito con i ritocchi, potrò finalmente sistemare il resto della casa.
Dovete sapere, Creature, che è stata la sottoscritta a disfare i pacchi e inserire il tutto nei relativi spazi. La cabina-armadio è stato il culmine di tale lavoro, e mi ha vista pulire da ogni mefitico pelo di gatto o cane ogni capo prima che questi venisse riposto nella cabina-armadio. Sì, è patologico - infatti mi ha rilassato. Vorrei rilassarmi, ora, mettendo a posto il resto della casa. Mi rilassa, insomma, trovare un ordine ottimale, ossia quell'ordine che soddisfa il più possibile estetismo e funzionalità.
Dovrò pur far sfogare Tanz - aka il mio Super-Io, aka uno dei personaggi di La notte dei generali di Kirst - da qualche parte, no?

Mi manca Kirst. Mi manca soprattutto mentre finisco Hitler di Genna. Dico "finisco" ma sono a pagina 311 di 665. Il punto è che lo apro, ogni volta, con lo scopo di finirlo. So che sto facendo una pessima pubblicità a Genna, ma questo gli tocca da una germanista. In compenso, ho chiesto consiglio per altri suoi libri, libri in cui la stupenda prosa non sia rovinata da un approccio becero - becero per qualsiasi germanista che non sia rimast@ alla fase "vado ad Auschwitz in vacanza, mi metto a piangere, torno a casa e lo ignoro per il resto dell'anno".
(Chissà se riesco a implementare il @ come simbolo che sostituisca le -a e le -o, nonché le -e e le -i, della nostra sessista lingua.)
Mi manca Kirst e uso il Nazionalsocialismo come un mio amico usava Freddy Krueger. L'amico diceva:
"Quando ero piccolo, Freddy Krueger era un male fasullo, quindi più accettabile dei mali reali che conoscevo."
Strani processi mentali.
I nazisti sono morti (o sono vecchietti incartapecoriti), coevi. Non possono più fare male a nessuno. Per questo odio l'uso di dare del "nazista" a un avversario politico, o quello di gridare al nazismo quando si ha l'impressione che la nostra società si stia de-democratizzando: non è il nazismo il problema, e chiamare il problema "nazismo" non fa che sviare l'attenzione dai problemi reali.

Studiare 3 volte la fase d'amalgamazione delle società a Kimberley fino alla fondazione del monopolio De Beers, oltre a insegnarmi imbrogli finanziari geniali, mi rende sempre più amareggiata dinnanzi a quel brusio di sottofondo che inneggia contro le banche e la finanza, quali fossero mali nuovi, sconosciuti, e a cui si possa rinunciare d'improvviso - come se la rinuncia improvvisa fosse per noi una salvazione.
Premessa: sono un cane in finanza.
Sono un cane che scoprì come la moneta sia un'astrazione, una self-fulfilling prophecy, studiando la Spagna del 1500-1600 e le sue bancarotte. Insomma, lo scoprii per caso. Il mio essere un'ignorante è stato lievemente attenuato da uno splendido corso di economia, in cui un folle professore cercò di insegnare metodi e ragionamenti utili a un esiguo branco di totali ignoranti in materia. Amo tutt'ora quell'uomo. Anzi, vorrei chiedergli di leggermi la tesi - la mia tesi con troppi risvolti economici, e il mio terrore che i miei relatori non sappiano correggermi quando ne blatero. Voglio un quarto relatore.
Ho scritto a un anonimo, qualche settimana fa, che tutti questi anni - tanti in proporzione alla lunghezza della mia vita - spesi sotto l'egida dell'amore per la conoscenza mi hanno dato un solo vantaggio: che ora dico qualche cazzata in meno. Questo vantaggio ne reca un secondo: so di dire qualche cazzata in meno perché osservo le cazzate che ho detto in passato, e questo mi rende consapevole del rapporto inversamente proporzionale esistente tra conoscenze acquisite in un campo e cazzate che puoi sparare parlando di quel campo. Questo, insomma, mi fa tenere la bocca un po' più chiusa - pensate, quindi, quanto sarei polemica altrimenti - mentre osservo incolti più incolti di me ipotizzare una società priva di banche, di protezionismo estremo, e altre repubbliche realizzabili più o meno quanto quella di Platone.
Non rifletterei tanto sull'argomento se non fossi una germanista. Il passo tra "banche/finanza" ed ebrei è stato così breve da essere dato per scontato poco meno di un secolo fa. Non che il collegamento non esista, anzi - googlate "Rothschild" - ma quello che osservo con morbosità è il rapporto direttamente proporzionale tra "crisi" e "subitanee invettive contro le banche & correlati". Non nego neanche che tali invettive siano ben motivate, semplicemente osservo il ri-crearsi di un mito negativo. E c'è così tanta gente che ne parla, di queste banche, che tutto viene detto e le opinioni creano labirinti, in cui i pareri degli esperti del settore si mescolano a lamentele populiste, e infine c'è solo un gran casino.
E allora si ritorna a Marx.
Anche nel primo dopoguerra si ritornò a Marx.
Il partito nazista, dopotutto, era il partito nazional-socialista. Per la precisione, era il "Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori", ossia un partito che diffondeva un'ideologia basata su invettive non troppo dissimili da quelle presenti.
No, Creature, non sto prospettando un secondo olocausto o una terza guerra mondiale. Troppe cose sono cambiate. Non speculo per giungere a una previsione. Speculo e basta, rimirando la ri-creazione - ennesima - di miti negativi. L'othering. Il legame tra identity e alterity. Tutti temi tanto amati dalla ristretta cerchia intellettuale degli ultimi anni - troppo ristretta. Tale cerchia ha deciso che nell'umano è necessario creare "l'Altro da sé" per crearsi un'identità, e il passo tra questo e la creazione di un mito negativo è brevissimo. Questi eminenti studiosi, che tanti saggi hanno scritto sull'argomento, non mi hanno fornito una sola soluzione - e così non posso fare altro che osservare la costruzione di miti negativi, ascoltare commenti sui cinesi che s'infilano ovunque, le banche-sanguisughe, l'immigrazione nord-africana che porta criminalità, i comunisti, i leghisti, i nazisti e via discorrendo.
D'altro canto, io ho risolto la faccenda in maniera esemplare: ci sono io, e poi ci siete tutti voi, e infatti tanto insisto sul fatto che noi siamo tutti esseri umani, perché tale collegamento è la mia salvezza e la mia dannazione.




La comunità intellettuale odierna sembra essere estesa quanto quella dei tempi di Erasmo, e ciò mi angoscia perché oggi siamo convinti di essere tutti democraticamente informati - gli esperti del settore e i lamentosi populisti.
Personalmente, è da anni che mi sento un'infiltrata.




Andiamo a svegliare VB con un caffè e qualcosa di dolce.
 
 
diosbios
01 March 2012 @ 12:05 am
Monsieur le Vivisecteur, riferimenti per radical-chic estremi e altre quotidianità.  
Oggi mi sono recata in università recando con me 9 pagine della tesi (che nella tesi viene chiamata "elaborato finale") scritte in due giorni.
(È bello calcolare in giorni di scrittura. La tesi sarà una sessantina di pagine, quindi in teoria potrei scriverla in due settimane - questo non calcolando i giorni spesi per ricercare materiale, studiarlo, ma soprattutto dannarmi. Ebbene sì: sono anche io giunta a quella sgradita pratica che consiste nel dannarsi, pratica più impegnativa di quanto immaginassi - ma per fortuna anche questa fase è passata.)
La mia Relatrice Ufficiale (RU) è apparsa per mettermi tra le mani le precedenti 5 o 6 pagine che le avevo consegnato settimane fa, sì che io potessi intanto dare un'occhiata alle correzioni.
Le correzioni erano questioni di stile. Il resto andava bene. Ma non è questo il punto.
Le correzioni erano state fatte dal Relatore non Ufficiale (RnU), come ho potuto comprendere riconoscendo la sua calligrafia dalle "T" che sembrano "V", e come poi RU ha confermato. Il RnU è quello con cui ho litigato a causa del Consorzio - e quando dico "litigato", non intendo "mi sono moderatamente opposta", né "sono uscita urlandogli insulti", bensì proprio un sano e serio "litigato" - l'ultima e prima volta che ci ho parlato. (Il RnU è un professore, ma un professore che non ho mai avuto.)
Dopotutto, se ho tre relatori c'è un motivo: una è quella Ufficiale, la seconda è quella che sarebbe stata Ufficiale se non fosse in pensione (essendo LA esperta del Sudafrica), il terzo è pop-uppato sicché io potessi litigarci, fargli credere di essere anti-semita, e lui potesse farmi credere di essere un no-global radical-chic.
Ma comunque.
Comunque sono entrata nell'ufficio dopo qualche minuto trovandomi in una di quelle graziose scene da film che contengono:
- 1 tavolo;
- 1 interrogato;
- 1 soggetto rappresentante l'autorità che parla con l'interrogato;
- 1 soggetto rappresentante l'autorità che sta a lato del tavolo in silenzio, fissando l'interrogato.
Quando dico "in silenzio", non intendo "ci si scambia convenevoli e nulla di più": intendo proprio "in silenzio".
La persona in silenzio era RnU, ossia colui che mi ha corretto le 5 pagine della tesi, e a parlare era RU.
Ora...
Perché?
Intendo dire, al di là della scenetta pittoresca da interrogatorio (tenete a bada l'immaginazione: è stato un interrogatorio cordiale e piacevole, che per una volta non mi ha rispedito a casa con mille correzioni da fare), seriamente:
"Perché, se è stato RnU a correggere la mia tesi, è RU a parlare con me, mentre RnU sta in silenzio a fissarmi?"
Perché?
Perché mi sono trovata a fare due domande su correzioni che non capivo (colpa delle "T" che sembrano "V") a RU, e RU mi ha pure risposto, se è stato RnU a scriverle?
Perché?

(Ringraziamo Ghiro, che ieri mi ha gentilmente aiutato a migliorare le ultime 9 pagine scritte - infiniti ringraziamenti da parte mia, del correttore e della mediatrice.)

Le 9 pagine oggi consegnate contengono tanta robaccia noiosa che io adoro. Si tratta nello specifico dell'amalgamazione delle società diamantifere prima nella De Beers Mining Company Ltd. (abbreviata in DBMC) e poi nella De Beers Consolidated Mines Ltd. (abbreviata in DBCM). Non so chi le correggerà, se RU o RnU, ma si divertirà - a distinguere DBMC da DBCM, a districarsi in un labirinto di "Kimberley (città)", "miniera Kimberley", "Kimberley Central (società)", "miniera De Beers", "DBCM", etc... Si divertirà anche a capire come tradurre "diamond merchant director" e "share transfer office", per cui ho fornito delle possibili traduzioni (gentilmente offerte da persone su Facebook), ma di cui non so la traduzione esatta.
Probabilmente non si divertirà, limitandosi a correggermi lo stile. L'argomento è specifico - troppo specifico - e io così mi sento a mio agio.




Per rilassarmi, leggo Hitler's Hangman: The Life of Heydrich, una biografia di - indovinate indovinate - Heydrich. Mi mancava l'approccio del germanista proprio dell'autore, lo ammetto. Mi mancava qualcuno che prendesse con le pinze l'argomento, qualcuno che - come detto nell'introduzione - usa una cold empathy come biografo, evitando sia giudizi che una sterile analisi - o tentando di fare ciò.

Hitler di Genna mi sta nauseando. La prosa è stupenda, veramente stupenda, ma il contenuto è un assommarsi di cliché sfrenatamente abusati. Un esempio tra mille è dato dal fatto che Röhm, storicamente omosessuale, non può essere semplicemente omosessuale, deve essere un'omosessuale che ama fustigare giovani ariani. A Hitler piace farsi urinare in bocca. Scommesse su quale deviazione sessuale toccherà ad Heydrich? Scommetto sul sadomasochismo - ok, ok, sto giocando facile... Il punto è proprio questo: Genna gioca troppo facile.




Da quando la mia Relatrice non Ufficiale (quella in pensione), osservando un paio di miei sandali indossati quel giorno da VB, ha chiesto "Ma non sono un po' leghisti?" sento l'irrefrenabile impulso di indossare qualcosa di nazifascista quando vado in dipartimento.
Ora, sulla domanda della Relatrice non Ufficiale ci sarebbero due commenti da fare:
1) Quando indossavo quei sandali in Germania - dove li ho comprati - mi veniva detto che erano "molto da gladiatore" (?).
2) Avrei voluto vedere la faccia della Relatrice non Ufficiale quando VB le ha risposto con cadenza e accento laziali.
Di fatto, i sandali assomigliano a questi, quindi in realtà qualsiasi cosa può essere vagamente leghista o nazifascista o sudista o maoista o qualunquista.
Io amo giocare sottilmente, e così oggi ho indossato un triskell norreno, versione appuntita di quello - più famoso - celtico, in un gioco di riferimenti che richiede la conoscenza della cultura norrena, del neopaganesimo e delle sue versioni di estrema destra scandinave per vederci qualcosa di vagamente nazifascista.
Ok, lo ammetto: gioco con me stessa.




La cold empathy richiama subito alla mente Monsieur le Vivisecteur, appellativo che Musil si diede nei propri diari.
I diari sono questi.
E non riesco a trovarli, neanche usati.
Se qualcuno me li recupera - venendo poi rimborsato equamente - prometto che farò l'imitazione di Hitler, tono stridulo da gallina strozzata compreso.
 
 
diosbios
25 February 2012 @ 08:32 pm
Mater & VB sono fuori a fare shopping, EM pulisce camera mia chiacchierando con me e le bestie parimenti.
Avete letto?
Camera mia.
Ho di nuovo una camera, insomma.
Una camera che in realtà è double-faced, ed è o camera o studio a seconda del fatto che il divano letto sia in formato letto o in formato divano.
Ho una stanza, insomma, e finalmente una scrivania agibile, e librerie e un luogo morbido su cui distendermi.
Ho anche una doccia enorme con soffione d'ampia circonferenza che lascia cadere una dolce pioggia calda sul mio cervello stressato, ogni sera.
Ho anche altre cose, ma non voglio fare diventare questa faccenda un remake di Fight Club.
Diciamo quindi che ho una tesi da finire di scrivere, e un immenso stress derivato. Lo stress non deriva dalla tesi in sé - amo l'argomento in modo quasi sessuale - ma dalla triangolazione sottoscritta-tesi-relatori, anche considerabile come sottoscritta-tesi-dipartimentoanglistica, e forse considerabile più genericamente sottoscritta-tesi-comunitàricercatoriattuale.
Vi porto un esempio.
I relatori (vi ricordo che ne ho in abbondanza, come una paziente particolarmente problematica) hanno deciso che il terzo capitolo della tesi riguarderà, per concludere, il "capitalismo razziale" in Sudafrica. Tale forma di capitalismo sorgerebbe, secondo alcune fonti - la maggior parte, invero - nel periodo della formazione della De Beers. Un'altra fonte, però - che ho appena inserito nella tesi per farmi odiare meglio - smonta il razzismo come spiegazione portando dati, più precisi, che dimostrano come il formarsi di una società di classi corrispondenti a diverse "razze" in Sudafrica sia stato in parte incidentale.
È una sfumatura, e lo so - Dio e il Diavolo stanno nei dettagli.
L'Hitler di Genna, invece, non sembra un dettaglio.
Genna - nel romanzo Hitler - sembra aver voluto creare un Hitler ontologicamente malvagio. Non so se ciò mi compiaccia o infastidisca. (Forse, in effetti, dovrei prima finire il romanzo.) Mi infastidisce il suo ricondurre ogni pensiero di Hitler agli ebrei. Mi infastidisce perché tanta presenza ebraica non è accompagnata da quel processo di immedesimazione rifilato biecamente al lettore che faccia al lettore comprendere da cosa l'antisemitismo nasca. Littell l'ha fatto. Eco l'ha fatto - l'intero Il cimitero di Praga è ciò: la riproduzione della nascita di un mito negativo.
L'Hitler di Genna odia gli ebrei con tenacia perché odia gli ebrei con tenacia. Come si possa giungere a odiare tanto una categoria non è spiegato - non è spiegabile, suggerisce Genna a inizio libro, e mi ricorda quel famosissimo sopravvisuto all'Olocausto, di origine ebraica, e il cui nome ho finalmente rimosso (giacché mi sta sulle palle), che... Elie Wiesel. Ecco, lo ricordo di nuovo. Comunque, Elie Wiesel che proclamò l'Olocausto come male ontologico e quindi inspiegabile per poi passare gli anni parlando dell'Olocausto. Oh, odio Wiesel. Ma non lo odio con tenacia perché lo odio con tenacia - ci sono sempre motivi.




La mia stanza è la Stanza B&W.

Ricordo di aver visto, da piccola, un film tratto da Il mago di Oz. Credo fosse così, ma forse era tratto da tutt'altro. Non importa. Ricordo una scena in cui la protagonista si trovava in una stanza ricolma di oggetti rossi. Oggetti di ogni forma, foggia, stile, uso e non uso, tutti inevitabilmente rossi.
Non so perché tale scena mi colpì, e intendo: a tutt'oggi non so cosa di tale molteplice manifestarsi di un singolo colore mi affascini. Però mi affascina.
Quindi:

La mia stanza è la Stanza B&W, passando da varie tonalità di grigi. Volevo e sto realizzando una mescolanza di forme semplici, elementari, con forme barocche e kitsch. Amo il kitsch. Lo amo da radical-chic. Ma comunque.
Poi c'è la cucina-salotto, che è viola - con screziature verdi che vengono comparendo.
C'è il bagno - quello con la doccia masturbatoria - rosso.

Non ricordo, invece, da cosa provenga il mio morboso amore per una casa fatta di stanze a tema-colore. Forse è un semplice vezzo, capriccio, gusto dell'inutilità che si celebra.

EM mi ha consegnato una tazza grigia dicendomi che era un posacenere per me - me l'ha portata perché era grigia, e ora giace a venti centimetri da me.




Sulla scrivania: una tazza che doveva fungere da posacenere e che funge da contenitore per pout-pourri, una lampada Ikea comprata come lampada di backup e che tenace è sopravvissuta guadagnandosi il primato, il posacenere moderatamente vuoto, la tazza che conteneva caffè, saggi e saggi e saggi per la tesi. E il netbook, ovviamente, in cui travaso appunti ricavati dai saggi.
Potrei scrivere quattro o cinque tesi, con il materiale che ho.
L'attuale, una sulla formazione della De Beers Consolidated Mines Ltd di genere "alta finanza spinta", una sul Syndicate (e questa sarebbe abbastanza utile, in quanto ho abbastanza materiale per ricostruire almeno parzialmente le parabole dei singoli membri), e poi, a caso, su sotto-argomenti varii e già studiati in abbondanza.
Quella che sto scrivendo non contiene informazioni eclatanti. Credo sia una tesi di tipo "ri-organizzatorio". Per questo litigo con la relatrice: lei vuole che io elenchi la ricerca finora svolta da altri, io tendo a usare questa ricerca come base per una nuova lettura. Metto ordine, rispolverando il post-strutturalismo - sepolto, negli anni Novanta, dai cultural studies.
E poi, ovviamente, litigo con i relatori perché loro sono più radical-chic di me e lo ammettono meno.
Litigo perché Rian Malan (My Traitor's Heart) è la mia bibbia sul Sudafrica, e Rian Malan non dà ragione né preminenza a nessuno. Lui è arrivato a tale eletta posizione procedendo scarto dopo scarto: quando non gli è rimasto più nulla in mano ha potuto utilizzare tutto.
Litigo perché davvero non me ne fotte un cazzo delle differenze tra esseri umani. Davvero. Tutti uguali. Non mi serve una letteratura che decostruisca una mia visione eurocentrica, o biancocentrica: siamo tutti fottutamente esseri umani. Perciò mi tedia il sottolineare le "storie non narrate" delle minoranze/maggioranze sottomesse nel corso della storia: non ho bisogno di rintracciare la singola e singolare storia di un individuo per capire che siamo tutti individui.
Ho fatto un giro di boa, e ci rimetto io. È colpa di Malan. È stato Malan a farmi capire che, di base, la sottomissione di un popolo e la sua stigmatizzazione non sono frutto di idee culturali, ma di necessità. È stato Malan a farmi capire che il "salvare l'identità altrui" ha il fortissimo limite della propria, di identità, ossia: "che i Vattelapesca prosperino con la propria cultura - fino a che non la impongono a me". Sono figlia di una cultura che riconosce, almeno formalmente, l'uguaglianza in potenziale di tutte le persone, ossia pari opportunità. Non è questione di decidere se la mia cultura occidentale con i propri "valori fondamentali" sia più rispettosa e civilizzata di quella di una cultura che prevede caste. Non è questo il punto.
Il punto è che, molto semplicemente, non ho alcuna voglia di rinunciare alle pari opportunità. Quindi, che i Vattelapesca - tanto vessati dai colonialisti europei per due secoli - prosperino con la propria cultura che prevede caste, ma che non prosperino abbastanza da sostituirsi alla mia cultura. Per questo - anche per questo - "cultura" è il termine sbagliato: si tratta semplicemente di privilegi che si vogliono conservare, non di quale cultura sia migliore.




Hitler di Genna mi è insopportabile, a tratti, perché il suo Hitler ha come lati peggiori i miei lati peggiori. Lo com-patisco - e mi angoscia - e non perché ciò significa che sterminerò 6000 cinesi, ma perché i miei lati peggiori paiono risultare ottimali a uno scrittore che vuole rappresentare una "non-persona".
Grazie, Genna.




Per continuare a fare la figura dell'antisemita di turno che non sono, litigo con il relatore che mi chiese dove fosse scritto che i membri del Syndicate erano ebrei (in molteplici fonti, per la cronaca). La mia è una lotta all'ipocrisia e all'ignoranza: il relatore non apparirebbe così stupito da tale nozione se fosse un germanista. Se fosse un germanista, cognomi come "Dunkelsbuhler", "Mosenthal" e "Lilienfeld" (nonché "Rothschild") in ambito inglese in quell'epoca gli suggerirebbero qualcosa. Ma è dall'Olocausto che collegare l'ebraismo all'alta finanza risulta antisemita (e nessuno considera la mia sana invidia dell'ebreo).
In effetti, il motivo di base per cui mi sono incaponita sul Syndicate è degno del mio essere polemica: il Syndicate era composto in maggioranza di ebrei, il Syndicate ha permesso la formazione della De Beers, la De Beers ha inventato i compounds ("campi di lavoro") e sempre a Colonia del Capo, sempre gli inglesi, si sono inventati i progenitori dei campi di concentramento (per i boeri).
Quindi, avvicinando i due estremi di questa equazione, ne viene che è stato anche grazie a un cruciale gruppetto di ebrei danarosi che caterve di ebrei sono morti sotto Hitler.
Insomma... Non è gustosamente ironico?
 
 
diosbios
25 December 2011 @ 02:53 am
Imbrattavo un foglio imbarcato con acquarelli e saliva, usando musica accumulata negli anni per riempire buchi di cervello non saturati.
Sono così incappata in Quelli che benpensano, una canzone che mi ha fatto spesso domandare a me stessa, negli ultimi tempi, perché oggi suoni un po' imbarazzante. La sentivo senza ascoltarla, comunque, finché non ha detto:

...Quelli che la notte non si può girare più...


Io sono sempre la stessa creaturina radical-chic, e ho sempre provato una certa, lieve, rabbia nei confronti di coloro che mi sconsigliavano con tono apocalittico di girare a una certa ora, soprattutto in certe zone. La vedevo come una limitazione alla libertà. Odierei un sistema che non mi permette di girare all'ora che voglio nella zona che voglio, e quindi non acconsento ai timori.
Le voci sconsiglianti passeggiate notturne diventano sempre più frequenti. Non provengono più solamente dai "benpensanti", ossia quella massa informe che è composta da "loro", ossia coloro che non abbiamo vicino a noi. Promanano da diversi angoli della mia rete sociale, da amici e conoscenti e passanti e amanti, e non posso odiarli tutti, così rifletto.
Rifletto su "La Crisi", di cui non mi piace parlare - e infatti non ne ho ancora parlato - come non amo parlare dei fenomeni correnti diffusi dai media. Uno dei miei incubi è l'isteria collettiva, dopotutto. E le self-fulfilling prophecies.
Ho pensato, con quella vecchia canzone di sottofondo, che "lo studio della storia serve ad avere paura". Negli ultimi tempi mi diverto diffondendo su Facebook allarmismi profetizzanti la (ri)conquista dell'Europa da parte della Germania. Sì, ho appena scritto che l'isteria collettiva è uno dei miei incubi peggiori. Dovrò pur esorcizzarlo. Ma comunque. Diffondo tale allarmismi con poco peso, credendoci con poco peso - ma credendoci. Non perché io creda che la Germania abbia nel DNA una tendenza alla conquista dell'Europa - e solo perché non credo nella genetica. Penso solo che la Germania ha nelle consuetudini una produttività impressionante, che l'ha attualmente resa così solida - soprattutto ai propri occhi - da impedire ad altri Stati europei di farle la morale - e alla Germania piace fare la morale agli altri, quindi fate 2+2.
Ma divago.
Non ho paura di una (ri)conquista tedesca.
Provo invece una certa inquietudine nell'osservare come una crisi economica, e anche questa volta, abbia sempre gli stessi effetti sul sociale. Studio branche di sapere proprie dei periodi di pace - per questo sono una radical-chic - perché vertono su principi fluidi, non catari, poco rassicuranti, che mettono in dubbio.
Sono circondata da persone che hanno paura.
E io ho paura della paura.
Sono una specie di cane, che reagisce empaticamente alle emozioni altrui.
Ho paura dinnanzi al cristallizzarsi delle posizioni.
Ho discusso a lungo, con diverse persone, a seguito del loro generalizzare alcune minoranze - siano gli immigrati, siano quelli marocchini in cui spesso finiscono altri africani a caso, siano gli zingari (quali? Finiscono tutti in una categoria), gli albanesi prima e i rumeni poi, e via discorrendo. Ho discusso con un fervore che, ascoltando il loro tono, mi è risultato sproporzionato. A priori e posteriori non mi pare tale. Mi spaventa il fatto che io dia così tanta importanza a una generalizzazione fatta uscire dalle labbra con leggerezza - mi spaventa il trovare poche altre persone che lo facciano quanto me. Osservo la ricetta, sempre la stessa, dei preconcetti, composta da un'idea diffusa da notizie parziali, da "sentiti dire", e da esperienze personali con 3 rumeni che vengono innalzate a esempio sommo del comportamento del rumeno medio. Sono anche i miei studi radical-chic a farmi riflettere su tali dinamiche. Gli studi radical-chic sono quelli che scompaiono in periodo di crisi. E ciò mi spaventa.
È un timore lieve, metafisico, costante, non accecante - sono un'italiana media, senza connotati che possano farmi finire in una generalizzazione stigmatizzante. Altri italiani medi, per ciò, si sentono in diritto di parlare con me di chi italiano medio non è, e ciò mi fa rabbia. Mi fa rabbia il sottinteso "noi". Mi fa rabbia il fatto che io possa discutere, con altri italiani medi, di misure estreme, di sistemi politici non democratici, di risoluzioni senza compromessi, mentre la prima parola fuori norma pronunciata dall'esponente di un un gruppo che non sia quello dell'etnia egemone in Italia causa scandali. Alla base c'è lo stesso, folle, ragionamento che fa sì che io da donna possa permettermi volgarità immani, che in bocca di un uomo renderebbero costui la versione pre-emancipazione del maschio bestiale. Funny, isn't it? Divertente il trovarmi a parlare con ragazze con cui ci provo e sentirle lamentarsi di uomini che ci provano in maniera inelegante, mentre il mio medio approccio verbale al sesso sfiora la sindrome di Tourette. Mettetevi nei miei panni - mettetevi nei panni dell'Altro, che a ciò serve - e domandatevi come io possa prendere sul serio le posizioni serie dell'umanità.

Tutto ciò viene intervallato da messaggi e conversazioni scambiate con VB, che è tornata ai propri più caldi lidi per passare il Natale "in famiglia", in una versione moderata del tradizionale Natale.
Il Natale ha una certa valenza, per la sottoscritta. Non potrebbe non averla, avendone per il resto del mondo in cui vivo. Il Natale è quel momento in cui tutti sono occupati da impegni più o meno inevitabili, mentre io godo di una libertà che risulta immensa al confronto. Niente tradizioni natalizie, qui. Mater ci si impegna vagamente, ma manca l'aspettativa. E così, a Natale, mi trovo sovente collegata, a osservare un mondo semi-immoto, e mi sento come una specie di sentinella sul Grande Nulla.
Mi capita, alcuni anni, di infiltrarmi. M'infilo in Natali altrui, come un turista s'infila in un rituale eseguito dalla popolazione del luogo in cui è in vacanza. Me lo godo. A volte sbaglio i tempi - quando vanno fatti gli auguri, quanto a lungo abbracciarsi, ci si ringrazia per i regali con abbracci informali o formali, e via discorrendo - ma non sono così tanto alienata da muovermi come il turista di cui sopra.
L'anno scorso, in questo periodo, deambulavo come "un animale in via d'estinzione". Ricordo i quasi due mesi passati a osservare il mio corpo tradirmi, rifiutare il cibo e deperire, il tutto per motivi che non ho mai compreso. (Odio i dottori e Foucault mi ha spiegato il perché.) Chissà perché? Ne ho discusso con diverse persone. Di quel periodo mi è rimasto il rifiuto di taluni cibi (prendetemi per il culo, io e il mio rifiuto dell'Italia, per il mio trovare disgustosa l'accoppiata "pasta + pomodori e loro derivati"), e mi domando se l'ironia della sorte non abbia forse voluto castigare il mio rifiuto di significare il cibo in questo modo. Preferisco dirmi che sono all'antica, e ripercorro i passi degli antichi asceti non dando al cibo altro valore che quello funzionale - il che comunque non spiega il mio rifiuto del piatto italiano per eccellenza, ma sarò clemente con me stessa.




Nel fatalismo che pur negavo e che comunque caratterizza il mio ultimo aggiornamento ho dimenticato che nel nulla, comunque consistente, che caratterizza gli ultimi mesi qualche briciolo di interesse nei confronti del Creato c'è.
Ossia: continuo ad approfondire la "questione irlandese".
A essere sinceri, il modo in cui approfondisco tale tema rimane quello di chi approccia una curiosità - un assommarsi di curiosità, ma pur sempre curiosità folkloristiche e pseudo-culturali, con un'infarinatura storica. Ancora un paio di film e saprò comprendere un irlandese senza dover socchiudere gli occhi e aguzzare le orecchie.
Di fondo, accumulo nozioni al fine di un viaggio in Irlanda verso San Patrizio, in auto, zaino in spalla, fegato pronto.
Serro gli irlandesi - le loro rappresentazioni più cariche di pregiudizi - con forza. Perché mi entusiasmano e al contempo mi ricordano gli italiani. Dio sa il perché. Tale paragone non è parto della mia mente e basta. Chissà cosa collega questi due popoli. Lo scoprirò. Intanto, spero che gli irlandesi mi aiutino a re-inquadrare gli italiani.
 
 
diosbios
24 December 2011 @ 03:24 am
Chissà se la mia latitanza corrisponde a un cambio di paradigma.
(Chissà se imparerò mai a trovare interessanti incipit che non richiedano conoscenze pregresse o una googlata veloce per essere compresi.)
Il fatto è che ho poco da dire.
Davvero.
Non che mesi fa avessi molto più da dire. Lamentele, perlopiù, ossia critiche - "lamentela" e "critica" come due facce della stessa medaglia.
Avevo già allora una certa intolleranza per il mio approccio aggressivo a qualsiasi cosa il mio cervello si trovasse a masticare una volta aperta questa pagina. Ora ciò deve essersi acuito, e quindi ne è conseguito il silenzio.
Come teoria regge?
Diciamo che ripetervi che dopotutto vi tollero, e utilizzare infiniti caratteri spazi inclusi per convincermi di ciò, alla lunga diventa noioso e degradante.
Che novità ho?
Assisto a un lento affievolirsi del mio essere sociale, ossia a un fenomeno che avevo predetto più di un anno e mezzo fa. Fissare negli occhi una propria profezia ammuffita incastra nel loop del domandarsi se non fosse una self-fulfilling prophecy.
Sto cercando di prendere le cose superficialmente.
Il problema è che ho il timore di prendere quelle sbagliate.
Il problema è che non ricordo più quali fossero le altre.
Non è un intervento nichilista, il mio: sto invero cercando di fare il contrario. Se poi fallisco, posso narrare il mio fallimento tentanto ottimismo e fallendo di nuovo.
Leggo, studio, porto avanti routines ininfluenti.
In fondo, in quanto a ritmo, e guardandola retrospettivamente, ho una vita normale. Per giungere a ciò l'ho ridotta a un soggiorno minimalista, ma non formalizziamoci.
Tornando alle cause del mio silenzio, arrovelliamoci su queste.
Arrovelliamoci su ciò che mi ha fatto passare la voglia di comunicare, dato che i tentativi di comunicare superficialmente falliscono puntualmente. Una breve rassegna delle mie ultime occasioni sociali mi fa realizzare che mi sono già arresa all'essere l'ipercritica radical-chic di turno, così arresa da dirmi che ogni tot posso ricomparire in scena per dare al mondo ciò - ogni tot va bene, con moderazione.
Se è vero che ci attiriamo le cose, dovrei domandarmi perché ultimamente mi attiro fatalismi. Sarà l'età. E intendo: sarà il fatto che nel frattempo sono passati anni, e non solo per me, e così mi ritrovo conoscenze - anzi, "occasioni sociali" - che cercano di ribadirmi l'inevitabile cambiamento che avviene verso la mia età. Un qualcosa che dovrebbe rendermi più pacata, abbattere il mio approccio e le mie critiche, moderarmi e normalizzarmi.
Eoni fa, su questo blog, più lontana dalla mia attuale età, mi dilungai con fervore criticando coloro che relegavano certe posizioni e certe azioni all'età dell'adolescenza. Ora mi manca il fervore, credo, e questo potrebbe dare ragione a chi auspica a una mia pacatezza.
Odio le medaglie che hanno due facce.
Odio il pensare che la mia rabbia per tali fatalismi possa essere riletta come la rabbia che si proietta su chi ci dice verità sgradite.
Suvvia... verità?
Più taccio e cesso le comunicazioni, più le mie posizioni interiori si fanno salde. Deve essere il normale decorrere dell'alienazione. O forse no, forse semplicemente sono così e non cambio, perlomeno non in nome dello scattare di un compleanno.
Chissà.
Ho discusso, brevemente ma spesso, sul segno degli anni che passano. Sulle mie guance che s'incavano, sul corpo che si assottiglia, su simili segni. Ho discusso controbattendo consigli di make-up atti a far tornare tondo un volto che ho sempre voluto scavato, controbattendo dritte su come mettere su chili per farmi rispuntare tette che ho sempre voluto come la seconda che porto, e via discorrendo. Ho cercato, invano, di spiegare alla madre di VB che io mi piaccio esattamente quando mi guardo al mattino allo specchio, con gli occhi a mezz'asta e i capelli in aria. Lei mi correggeva, indulgente, dicendo che anche lei si accettava. Io ripetevo inutilmente che mi piaccio proprio.
È difficile spiegare cosa significhi appartenere a un diverso paradigma estetico, perché in primis bisogna spiegare cosa diavolo sia un paradigma, ossia chiedere a una persona di uscire per un attimo dal proprio.
Ho cercato di spiegare molte altre cose ad altri miei interlocutori, e prendete la parola "spiegare" privandola delle proprie connotazioni legate al mondo dell'insegnamento: non si tratta di spiegare verità profonde, ma semplicemente una realtà diversa - la mia.
E mi sono stufata, e così ora cerco un approccio diverso.
Suggerimenti?

Fra poco è Natale, il periodo dell'anno in cui Horton esce dall'armadio.

Qualche giorno fa ho ripescato in una discussione uno stralcio di articolo che lessi chissà dove. L'articolo parlava dei sommovimenti conseguenti all'attuale crisi. L'articolo criticava chi critica i critici che portano critiche ma non soluzioni. Se la frase appena letta vi risulta contorta lamentatevi con la realtà, non con me. Comunque. L'articolo tirava in causa i movimenti sociali delle donne e degli schiavi, focalizzando la fase in cui la ribellione sociale si oppone al regime senza offrire un'alternativa solida. L'articolo diceva che chiedere a una persona in una condizione disagiante di non criticarla solo perché non ha al momento soluzioni solide da portare è come chiedere a uno schiavo di non ribellarsi a meno che non abbia un'alternativa al sistema del colonialismo - non è vero, quest'ultimo paragone è mio.
Mi sto aggrappando ai ricordi di quest'articolo. Ho molte critiche e qualche soluzione. Il sistema del matrimonio non funziona e lo critico e non ho un'alternativa da offrire che sia attuabile nell'arco di una generazione. Gli esseri umani non funzionano così. Forse in tre generazioni il matrimonio sarà rimpiazzato da qualcos'altro - legami amicali anziché famigliari alla base della costruzione di una vita condivisa, un ritorno alla comune, un ritorno alla sippe, solitudine sfrenata, whatever. Che ne so? So che il matrimonio non funziona, e lo dice il tasso di divorzi, e così critico il matrimonio. Ho i miei alti ideali, applicabili forse nell'arco di otto generazioni, e nessuna soluzione che qualsiasi dummy potrebbe applicare in tempo zero senza lamentele da parte della popolazione. Non ne ho. Voi sì?
Suggerimenti?

Trovo assurdo che si pretenda da un essere umano che questi trovi "la propria posizione nel mondo". Il singolo umano non ha scelto di entrare in questo mondo. È come sbattere una persona in una discoteca hip-hop per poi chiederle di trovare il proprio modo di ballare. E se a questa persona piacesse il country?
E pensare che il mondo - piccolo o grande - in cui si nasce non sia l'unico mondo possibile?

Tendenzialmente le persone sembrano capire il mio mondo solo nel momento in cui le ferisco. Ho dovuto riflettere spesso su ciò. Ho dovuto perché le migliori descrizioni, rivelanti, della sottoscritta mi sono state date da persone che avevo, perlopiù inconsapevolmente, appena ferito. Come non domandarsi il perché? Forse che una tale rottura faccia decadere le accortezze e le cortesie, squisite ipocrisie, di un rapporto personale, permettendo alla persona di dare voce a ciò che già pensava? O forse la persona lo realizza in quel momento, può realizzare in quel momento una maggiore interezza del mio essere, dato che in quel momento non ha nulla da perdere? Perché? Cosa porta a ciò? È un momento di rara lucidità donata dal dolore? O la caduta di un silenzio mantenuto dalle proprie aspettative? Diventerò come i despoti paranoici da operetta che vessano le persone che hanno attorno finché queste non dicono loro, finalmente, che sono dei despoti paranoici? Oh no, amo quando le persone mi riconoscono certe qualità positive. Ho amato l'ultima e-mail di N, in cui mi faceva sapere che un suo recente cambiamento in positivo era stato coadiuvato dalla sottoscritta. Amo che mi si chiami "creaturina di luce". Ho smesso le velleità da cattivo da operetta, preferisco gli angeli del Vecchio Testamento.
Odio quando una persona, ormai scossa dai miei attacchi, piega le labbra in una smorfia indecisa per rivelarmi che anche io ho i miei bei difetti, per poi elencarmeli con quel tono di finta accortezza proprio di chi ha tenuto in sé a lungo opinioni inespresse, o espresse con troppo tatto. Lo odio perché avrei voluto la sua gradevole o sgradevole sincerità fin da subito, perché i difetti elencati - che dovrebbero offendermi - non mi offendono, se non nella misura in cui sono rivelatori di un giudizio tenuto per sé - una specie di stiletto tenuto nello stivale, sottile, che bisogna saper impugnare bene per giungere al cuore prima di essere disarmati. Odio, insomma, la vendetta dell'oppresso represso, la odio considerando che non emano leggi e qualsiasi cosa io possa fare non potrà mai togliere al prossimo la libertà d'espressione.
Odio troppe cose, in fondo.
Sempre critica, eh.
Odio anche chi usa il termine "polemico" esclusivamente nella sua accezione negativa e superficializzante, non distinguendo tra critica ragionata e il belare lamentele.
Insomma, creature, non potete lamentarvi del mio essere una speculatrice intellettualoide per poi liquidarmi dicendo che belo mere lamentele non sorrette da imponenti costruzioni logiche. Coerenza, che cazzo.
 
 
diosbios
24 November 2011 @ 12:53 am
Nel corso degli ultimi mesi, saltuariamente, durante pause spese sul divano o sorseggiando molto lentamente un molto lungo caffè, mi sono trovata a riflettere con alcune persone su un Leitmotiv della mia vita, un Leitmotiv che non capisco perché sia tale, in quanto non colgo il collegamento tra questo e la mia vita in generale.
Il Leitmotiv è: persone che conosco, frequento, con cui sviluppo quella che socialmente è definibile come "un'amicizia" (ossia: ci si incontra più di una volta ogni sei mesi, in pubblico, sì che il sociale possa prenderne atto), a un certo punto scompaiono.
Con quello "scompaiono" non intendo ovviamente dire con tatto che muoiono, né che vengono rapite, né che fuggono in Tibet e non se ne ha più traccia. Piuttosto, nell'arco di qualche settimana, qualcosa nel loro cervello fa sì che l'opinione alta (o non ci frequenteremmo) che avevano di me si tramuti in qualcos'altro.
Ora, il dilemma è: io non so in che consista questo Qualcos'Altro. Né come mai ciò accada. Né come accada.

Osservo ora, su Facebook, il profilo di una vecchia amicizia che - per l'appunto - scomparve. La vecchia amicizia - B - proviene dal mio stesso liceo, dove ci siamo conosciute, e ai tempi della nostra frequentazione era un'artistoide dalle mille idee. Ora - mi dice Facebook - B è una dedita cristiana con marito e figlio, che vanta un catholic pride e non vuole musulmani in Europa.
...
... Amo l'umanità.
E amo ritrovare persone dopo anni.
Ma, tornando al punto iniziale, non so ancora perché B sparì. Non esattamente. Fonti mi riferirono che aveva conosciuto questo stra-cattolico (l'attuale marito, suppongo), che si era ri-convertita al cattolicesimo e aveva bruciato tutti i lavori artistici fatti perché dettati dal Diavolo. Considerando che io, artistoide allora come oggi, le facevo i tarocchi - o, meglio, io pescavo carte e riflettevo ad alta voce sul loro significato, mentre lei voleva una cartomante che le dicesse come far evolvere il proprio futuro - ho immaginato di essere finita, simbolicamente parlando, nel rogo.
B è riapparsa nel mio campo visivo mandandomi l'invito a una mostra intitolata Teofania, quindi evidentemente all'arte è tornata. E cerco di immaginarmela, B, con quel suo modo fanatico d'approcciare ogni argomento (ha passato un periodo dormendo con un arcano maggiore sotto al cuscino), simile a come la conoscevo, ma semplicemente innestata in una specifica ideologia anziché saltellante freneticamente da una prospettiva all'altra.
Dicono che la maturità sia questo: trovare se stessi e la propria posizione nel mondo.
E chissà che cazzo ci vedeva in me, B.
Chissà che vedeva in me J, che pure sparì - per motivi che conosco un po' meglio, ma che non comprendo o non voglio comprendere.
Importuno l'una e l'altra apparendo nel loro spazio vitale virtuale con il sorriso sornione di chi non ha e non vuole avere tabù. Perché intuisco di essere stata un tabù, o quello che precede un tabù, un trauma. Niente di apocalittico, coevi, non ho sgozzato agnelli davanti a nessuno - è che a volte bastano piccole cose per ribaltare una prospettiva. Suppongo. Ed è anche perché posso solo supporlo che importuno persone come B e J: perché mi piacerebbe veramente capire cosa sia successo nella loro testa.
L'ultima volta che ho stigmatizzato un individuo avevo 15 anni. Quell'individuo è venuto a trovarmi un paio di settimane fa, e mi sono trovata così bene che lo vorrei ancora qui. Penso di averlo stigmatizzato, ai tempi, a causa di quella specie di meccanismo protettivo che fa sì che le persone con cui abbiamo avuto un rapporto molto profondo, quando il rapporto finisce, ci risultino stonate. Ci fanno impressione come una morbosità. Ci fanno impressione perché ci hanno conosciuti troppo, li abbiamo conosciuti troppo, ed è un po' come osservarsi l'intestino a vicenda. Il rapporto è andato a male e anche un po' noi con esso, e l'altra persona è uno specchio che vogliamo credere deformante - come se qualcuno ce l'avesse imposta.
Mi è accaduto, una volta, e poi mi è passato - e al mio secondo rapporto di pari o superiore importanza mi sono sforzata di far sì che non accadesse di nuovo. Il secondo suddetto rapporto è terminato con le mie nocche sullo zigomo del tizio che frequentavo, ma ho tenuto a ribadire - ma nessuno mi ascoltava, né credeva - che non c'era astio da parte mia, non c'era rifiuto da parte mia, che era semplicemente meglio che non ci frequentassimo più. Le nocche sul suo zigomo erano un'esigenza del mio orgoglio, tutto qui. Ricordo, a seguito di ciò, un dialogo con una conoscente che principiò con un suo:
"Non è necessario diventare un uomo per essere lesbiche."
(Non ero lesbica, ero bisessuale, ma una buona fetta di umanità ha difficoltà a concepire una sessualità doppia.)
Ai tempi non avevo elucubrato abbastanza per risponderle, con la sua stessa logica, un:
"Non è necessario essere un uomo per prendere a pugni qualcuno."
Ma comunque.
Sto divagando.
Dicevamo?...
Ah, sì, la stigmatizzazione.
Dicevo, è dai miei quindici anni che non stigmatizzo qualcuno. Ciò ha conseguenze, ovviamente. Non è un caso che io conosca angeli e porci - se proprio vogliamo riutilizzare le vecchie categorie di "bene" e "male". Conosco convinti umili cristiani con cui darmi alla teologia di domenica, gente che ha sgozzato capretti, geni che dormono tre ore a notte per poi usare il cervello per tutto il tempo della veglia, santoni vegani, pulp alpha-men duri e puri, docili madri di famiglia in analisi dall'adolescenza, e tutta una lunga lista - molti tra voi - e sarebbe molto più facile citare i casi singoli che conosco senza rifarmi a categorie esistenti, perché reality is stranger than fiction, ma enumerarvi così, con le stramberie che vi caratterizzano, vi farebbe sentire delle bestie da baraccone. Probabilmente vi sentireste feriti. Insomma, qualche cosa sulle persone in questi anni l'ho capita. Ho capito, ad esempio, che non importa quel che dico e faccio in anni all'interno di un rapporto: se adesso qui dicessi che ho un amico che si masturba infilandosi una lampada al sale accesa nel culo, pur senza fare il suo nome, costui si sentirebbe ferito. Vai a sapere perché. Vai a sapere perché rivelare di sapere una determinata cosa, senza però rivelarla al mondo (ossia: senza fare nomi, né riferimenti che possano collegare la menzione alla persona), può offendere una persona. Ferirla. Tradire la sua fiducia. Anche se è stata questa persona a dirtelo e tu non hai minimamente sfiorato la sua fama pubblica. Vai a sapere il perché.
C'è da dire che non ho mai ben compreso la parola "offesa" - e con essa il verbo "offendere". È un verbo strano, perché per realizzarsi richiede che il destinatario riconosca l'azione come "offensiva". Un verbo strano, in cui l'intenzione del mittente può contare o meno, ma solo a posteriori.
È difficile offendermi, fottutamente difficile. Di solito a offendermi sono questioni generali, ma quel che mi dà sui nervi di norma non è l'offesa in sé, bensì l'incoerenza di una certa (il)logica. Insomma, cos'è un'offesa? Conosco la parola, il significante, ma nella mia testa non esiste concetto che funga da suo significato.
Rivelare di sapere una determinata cosa e le sue conseguenze (gente offesa, ferita e quant'altro) è un altro vecchio Leitmotiv, che però riesco a ricollegare alla mia vita. Per questo in questo blog c'è un'intera tag nominata "Lokasenna". Purtroppo linka a un solo post. Ci ho messo un bel po' a decidere che "Lokasenna" valeva quello spazio - valeva più del mio mero amore per La Lokasenna.
Consiglio sempre la lettura della Lokasenna - la poesia - e non perché sia particolarmente importante conoscere i pettegolezzi sugli Dei norreni, ma perché Loki - "Lokasenna" significa "invettiva di Loki" - è, o dovrebbe essere, il Dio negativo per eccellenza - eppure ciò che rivela nella sua invettiva è presumibilmente vero. Le accuse che porta, i modi in cui smaschera gli altri Dei, non sono dagli Dei smentibili - e questo rivela un quadro, una mitologia, in cui anche il più negativo degli Dei reca con sé delle verità - e forse è perché le rivela che viene castigato.

La co-esistenza di questi due Leitmotiven all'interno dello stesso post potrebbe suggerirmi che sono in qualche modo collegati. Ma forse no. Forse semplicemente collego tutto a tutto per hobby, noia, ossessione. Comunque, anche fossero collegati, credo sinceramente non me ne fregherebbe un cazzo. E la cosa mi solleva. Perché se dessi lo stesso peso ad entrambi i Leitmotiven mi troverei nella scomoda posizione in cui pare stia il 95% delle persone che conosco, ossia: dover scegliere tra socialità e limpidità. Assaggiare i compromessi - che possono avere diversi sapori, possono presentarsi come il miglior piatto da ristorante da guida Michelin che sempre avete voluto gustarvi - ma in cui è stata aggiunta della sabbia, e scricchiolerà tra i denti a ogni boccone.

(Amen.)