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diosbios
22 November 2016 @ 04:28 pm
Il Lapsang Souchong è la versione rude dei tè. Affumicato, lo chiamano, come è. Potrebbe sostituire così come accompagnare del buon tabacco da pipa, un buon sigaro, un buon whisky. Se dovessero farne una pubblicità, ne verrebbe fuori una cosa veramente troppo simile ai vecchi spot della Montenegro per essere tollerabile. Lo slogan conterrebbe la parola “vero”. Ci sarebbero mani sporche di quel lavoro che crea rispettabilità passando per la pesantezza. Ci sarebbero aliti che si mescolano, tutti affumicati, grevi e pieni come una confidenza che non si formalizza, anzi, che si nutre di ciò che la rispettabilità borghese rifugge. Insomma, sarebbe una pubblicità veramente insopportabile.
Avevo smesso di bere Lapsang Souchong quando, arrivata a Berlino, mi sono nutrita a salsicce fino a esserne nauseata. L'odore – sarà stata la nausea a farmelo pensare – era veramente simile. L'odore è la prima barriera – o il primo invito – nel caso del Lapsang Souchong. Ho visto volti raccapricciarsi a una sola sniffata, così come ne ho visti di innamorati. Questo tè ti dà un gusto alternativo senza ricorrere agli ingredienti che vanno di moda nella stagione corrente (li conoscete tutti: c'è stata la moda del ginseng, quella dell'aloe vera, e – qui in Germania da un bel po' di tempo – quella dell'olivello spinoso). Il suo essere “storico” funge da garanzia: non passerà, vano, come un passeggero trend. Non so bene a che cosa serva tale garanzia, quando quel che dovrebbe contare è se la bevanda ti piace o meno, ma ha indubbiamente una sua attrattiva. Quella di un senso scorto tra tante caducità, suppongo.

Bucare fogli A4 e pinzarli assieme fa parte dei miei rituali quotidiani. Segna la fine dei compiti per il corso di tedesco, che vengono inseriti in una cartelletta di plastica che non so neanche come si chiami. In Italia le vendono anche ai profani, ormai – quelle cartellette colorate in cui infili fogli – ma non so veramente come si chiamino. Non ho mai avuto bisogno di saperlo, d'altro canto; d'altro canto in Italia non le ho mai usate – se non per un breve periodo dopo il mio ritorno dalla Germania, ovviamente.
Il bello di queste pratiche – bucare fogli A4, pinzarli assieme e infilarli nell'apposita cartelletta – è che, quando sei in Germania e cominci a usarle per organizzare i tuoi appunti, non riesci più a ricordarti come potessi vivere senza di esse. Poi torni in Italia e, dopo un po', non riesci più a ricordarti perché ti servissero tanto in Germania. Non sono entrambi Paesi dotati di fotocopie e fogli A4 su cui prendere appunti? E allora perché tanta differenza? Perché qui sembra essere impossibile studiare senza queste strategie organizzative, che – in forma di vari aggeggi dai nomi più o meno sconosciuti – si trovano in ogni angolo in ogni cartolibreria, mentre in Italia devi darti all'archeologia per poter comprare uno degli Innominabili (che ti costeranno un patrimonio, tra l'altro)?
Ovviamente una risposta non c'è. Le prassi culturali – inclusi anche e soprattutto i metodi di organizzare il materiale di studio – sono arbitrarie e tautologiche, e da tali si innestano nelle abitudini quotidiane, di certo non più ragionate né più sensate.
Aiuta di certo il fatto che in diversi corsi di tedesco – dove, ossia, si trovano persone non ancora socializzate al modello – gli insegnanti suggeriscano, e giungano anche al punto di imporre, l'uso delle suddette cartellette. Hanno torto? Certo che no, il metodo funziona. Fa però strano, immagino, avere 40 anni e sentirsi dire come costruirsi una strategia atta a organizzare i materiali per il proprio processo d'apprendimento. Lo scarto tra la materialità delle cose e i modelli che vanno a crearsi nella mente è a volte sottile come una foglia secca, e altrettanto precario. Siamo anche il modo in cui ci organizziamo. E avrebbe fatto strano anche a me, se già non avessi fatto mio questo metodo copiandolo quando studiavo all'università in Germania. Mi avrebbe messa all'erta.
Come osi, oh tu, dirmi come organizzare la mia mente?
Ma il bello e il brutto della faccenda sta proprio nella domanda:
Funziona, no?
Credo che una certa pedanteria tedesca – quella che fa sì che spesso i tedeschi vengano tacciati di essere un po' troppo organizzati (nel senso che tendono a organizzare anche le prassi altrui) – sia figlia proprio di questa domanda trabocchetto.
Funziona, no?
Certo che funziona. Forse e semmai è la domanda a essere sbagliata.

Qui in Germania amo contemplare i miei studenti mentre svolgono un'attività di gruppo nello stesso modo in cui amo contemplare dei poliziotti in azione: contemplo la sincronia, la delicatezza, quasi, con cui le mosse e i movimenti di una persona sospingono o accolgono quelli di un'altra. Tutto avviene tacitamente, implicitamente, inclusa la distribuzione dei ruoli – che siano più o meno fissi. Sembra una danza. E, mentre la contemplo, mi domando quanta della cultura tedesca sia figlia di ciò: della contemplazione di tale capacità, delicata e rigorosa a un tempo, fluida e inesorabile.
Mi ci diverto, in negozio, quando una collega apre per me il cestino dopo aver visto che reggo tra le mani un bicchierino da buttare, quando preparo un sacchetto per un collega che sta scansionando gli articoli scelti dalla cliente, quando una mano si poggia delicata su una spalla o su un fianco e questi – senza scarto, senza timore, senza sorpresa – si scostano quanto basta per farti passare. Mi ricordano – alla lontana ma tantissimo – quel che chiunque di voi può esperire da turista in una città tedesca: il come la persona davanti a voi si attarderà un secondo per tenervi la porta aperta più a lungo, di modo che non dobbiate riaprirla per passare; o il come la persona per cui avete tenuto aperta la porta vi ringrazierà con un più o meno impercettibile sorriso, o semplicemente con nulla, perché semplicemente avete fatto quel che chiunque dovrebbe fare, perché è buono e giusto fare così, e non lo si fa per essere ringraziati (ma conosco e apprezzo il cogliere l'occasione per farlo, quasi fosse un piccolo rituale – l'ennesimo – utile a consolidare ulteriormente il senso di comunità).
Mi consola, tale balletto civico. E proprio perché mi consola – come mi consola una certa accorta pedanteria – sto un po' all'erta, come si starebbe davanti a una grande tentazione, a due passi dal peccato.
Ci sono pro e contro a qualsiasi cosa, o meglio: qualsiasi cosa, se portata alle estreme conseguenze, realizza un incubo. I sentieri più pericolosi sono quelli cosparsi di rassicurazioni e del lieto sentimento di stare facendo la cosa giusta. E non è che, nel singolo gesto, non la si stia facendo. Amo le cartellette che tutto organizzano e sapere di poter contare sul gruppo con cui sto (col)lavorando. Lo amo pacatamente, con un sentimento ben diverso da chi nei tedeschi vede – sbavando – una caricatura del padre punitore freudiano, severo ma giusto.
Interessante, tra l'altro, che la percezione della Germania che spesso più ha successo sia rimasta ancora quella del periodo prussiano-bismarckiano-nazista – ignorando tutte le fasi storiche (e le sfaccettature interne alle fasi storiche appena citate) in cui invece queste terre hanno partorito umanesimi delicatissimi e sensibilissimi – ignorando, insomma, forse proprio quello che ha portato una cultura a iper-armarsi per difendere una interiorità che sa rivelarsi morbida come il burro.
 
 
diosbios
Leggendo il Mittner (lʼautore di quellʼinfinita e appassionante storia della letteratura tedesca che tanto ho menzionato e probabilmente tanto ancora menzionerò) sono incappata in quella svolta del Novecento durante la quale, tra Germania e Austria (e non solo lì, ovviamente) andavano contrapponendosi sempre più due entità, o, meglio, la differenza che le separava, che rendeva sempre più impossibile una comunicazione tra di loro, andava allargandosi (lunghetta come frase iniziale, vero?): la (nobiltà) colta e lʼincolto (popolo).
Quando studi la storia della lingua italiana (e non solo), studi anche una cosa chiamata diastratia. Di questa, studi nello specifico una relazione: quella tra lʼorigine sociale dei parlanti (ricchi o poveri, riassumendo) e il tipo di lingua che parlano. Come parla una persona ricca? E una povera? Le domande-parametro sono queste. E sono domande che – si studia – hanno ormai poco senso. O dovrebbero averne poco. Perché oramai – in squisita teoria, e in teoria non solo in teoria – chiunque può accedere ai mezzi necessari per parlare un italiano corretto (e comprenderlo).
Mentre leggi il Mittner e ti ricordi la diastratia, però, incappi nel video di un qualche politicante (credi) statunitense di parte trumpiana che, con un sorriso di denti bianchi, denuncia come la politica degli Stati Uniti, per gli ultimi tot decenni, sia stata portata avanti avendo come must quello di non “offendere i sentimenti” (delle donne, dei gay, dei negri, degli islamici, etc...) anziché quello di “dire la verità”.
Ho pensato, dopo aver visto quel video, che il presupposto è ben strano. Il presupposto è che fino allʼaltro ieri, per motivi a noi non ben noti, non si volesse conoscere la verità. Ma questo è un presupposto secondario del vero presupposto, ancor più gustoso: Basta voler conoscere la verità per conoscerla. Che è quello che farebbero i trumpiani, a detta di Mr. Denti Bianchi. Decidono di parlare di fatti – anziché tessere discorsoni che non “offendano nessuno” – e in automatico sono in grado di farlo, ossia in automatico accedono alla verità.
Fenomenale, vero?
Poi ho visto un altro video, in spagnolo, e quindi con una comprensione limitata dello stesso: quel che era chiaro è che cʼera una qualche manifestazione di piazza con presenti degli spagnoli (di Spagna? Può darsi) che inneggiavano a Franco tendendo il braccio a moʼ di saluto fascista mentre urlavano “Duce!”, il tutto seguito da volti ripresi mentre pregavano – a seguire un breve discorso che conteneva la parola “Islam”. I volti erano in media non-proprio-giovani. Il mio primo indecoroso pensiero è stato: “Speriamo muoiano in fretta, e questo con loro.” Poi mi sono permessa una dissertazione interiore più lunga: “Gente che non ha mai visto una guerra che inneggia a un neo-nazifascismo militante, non avendo quindi un cazzo in comune con quelli che hanno costituito i primi nazi-fascismi.” Non che le motivazioni degli originali nazi-fascisti fossero dʼoro e sapienza, intendiamoci: ma, a posteriori, permettono di collegare le cose. Qui di collegato cʼè un nazi-fascismo la cui estetica potrebbe essere stata rodata in sessioni di giochi di ruolo dal vivo e parchi a tema e uno spirito da crociata che probabilmente ai tempi delle crociate non è mai esistito, ma che presenzia ben preciso in tanta filmografia popolare.
E, con “popolare”, torniamo allʼinizio. A Mittner e ai suoi nobili prusso-austriaci di inizio Novecento che proprio non digerivano lʼavanzare cieco (e in ciò folle, o viceversa) delle masse incolte. Generalizzavano, i nobili, forse un poʼ spaventati come mʼimmagino – diversamente ma similmente – spaventati i bianchi pro-Apartheid prima del crollo del regime, asserragliati in casa. Così, ma ideologicamente. Come quella Storia di un tedesco di Haffner che viene venduta come libro partigiano di resistenza al nazismo, ma che è in fondo la storia di un vecchio spirito nobil-ricco che, del nazismo, ha criticato i tratti più anti-elitari. Insomma, dubito che oggi Haffner sarebbe un umanista dedito a campagne per i pari diritti di tutti. Era colto, e in quanto tale aveva un ampio bagaglio da cui attingere per riflettere, e questo non è poco. Non è poco per nulla. Non lo è soprattutto se lo si paragona a quellʼignoranza tuttʼaltro che nuova, ma mai come oggi manifesta, che impera su quegli stessi social che se ne lamentano.
O sui giornali.
E qui torniamo a Trump.
A come, nel post-elezioni, ci si sia resi conto che chi aveva in mano i media non aveva la più pallida idea di quel che stava accadendo. E non lʼaveva perché non dialoga(va) con lʼelettorato di Trump. E la domanda, veramente, la vera domanda, è:
Siamo arrivati al punto in cui non cʼè più dialogo?
In cui si stanno creando due culture, una che si identifica con i poveri e che identifica lʼaltra con i ricchi (ma non è così semplice, ricordate la diastratia), lʼaltra che non conosce, semmai disconosce, la prima? E quante persone stanno in una credendo di stare nellʼaltra? E quante usano entrambe per poter sminuire coralmente nemici privati?
Ho (ri)cominciato a riflettere sulla trasversalità dei criteri dopo aver sentito una mia conoscenza “bianca, europea, di sicuro non povera, formata” fare generalizzazioni che in quanto a metodologia avrebbero potuto essere smontate da un bambino di sei anni (o da uno nella sacra fase dei “perché”, comunque, che non ricordo quando sia, ma che purtroppo finisce per molte persone, che poi rivestono uscite dʼodio con le vesti di un ragionamento – ma solo le vesti), generalizzazioni su (stupitevi) “gli islamici”, e questo un paio di settimane dopo aver avuto a cena un amico musulmano con cui ho parlato di gender e reificazioni e dellʼuso che si fa delle ideologie (religiose o meno) per sfruttare la paura e lʼodio. Ho pensato – nel modo di pensare meno decoroso – che lei era, tra i due, la retrograda pericolosa. Lei lo è, punto, in questa situazione. Eʼ il partire dal presupposto che basti una religione – o un qualsiasi altro criterio usato come descrittore affidabile a sproposito – a farci capire “chi usa di più il cervello” (permettetemi il lusso di un riassunto) il problema. Cioè, uno dei problemi. Assieme alla tendenza, che sempre più noto (e spero sia unʼillusione collettiva), di concepire solo due posizioni contrapposte: o con me o contro di me.
E io, intanto, leggo il Mittner. E, per quanto io abbia vissuto una lunga fase della mia adolescenza (e non solo) autosegregata in una torre dʼavorio, sentendomi (auto-appioppandomi, insomma) il ruolo della nobile di inizio Novecento di turno (Ah, beate-beote masse!), non lo sono. E, non essendolo, vedo quella posizione dallʼesterno. Vedo la mancanza di mezzi di quella crema culturale, la sua incapacità di comprendere i moti popolari (e borghesi). Vedo lʼassurdità – da una parte della barricata e dallʼaltra.
Ma, intanto, osservo il mondo attorno a me configurarsi in opposti, dar loro caratteristiche, e vedo – dallʼesterno – alcune mie caratteristiche individuali diventare parametri generali. Una volta mi auto-prendevo in giro dandomi della radical chic. Quel che intendevo fare, in realtà, e con non poca arroganza, era tacciare una certa maggioranza di esserlo: semplicemente, comodamente seduti a un computer, non sempre ci si rende conto di quanto alcune proprie pretese siano lussi. Chi le riconosce come lussi, invece, tende a parlare di tale iniquità – e viene etichettato come radical chic. O veniva, perlomeno.
Dove sono finiti i radical chic?
Eʼ da tanto che non vedo questa parola usata (nellʼunico modo in cui veniva usata: con disprezzo). In che categoria è finita? I buonisti? I filo-islamici? I sostenitori più o meno consapevoli dellʼ“impero delle banche”? Non sto chiedendo, ovviamente, dove siano finiti realmente – io, ad esempio, sono qui – ma in quale categoria siano stati ricollocati. Da che parte della barricata? Ma, visto che ci siamo, chiediamoci anche dove siano finiti. Tutti dalla stessa parte? Quanti tra loro si sono risvegliati anti-qualcosa? Anti-complotti, anti-islamici?
(E non ho ancora capito se i complottisti siano anche anti-islamici, se le due categorie siano contrapposte, o se siano trasversali. Sto capendo ben poco in generale, a dirla tutta. Ad esempio, i fondamentalisti cristiani odiano più gli omosessuali/bisessuali o gli islamici? Il Family Day del futuro accoglierà gli islamici conservatori? E i cristiani anti-islamici si alleeranno con gli omosessuali? O alcuni islamici indecisi tra progressismo e conservatorismo, al pari di certi cristiani, accetteranno lʼomosessualità per parlare di pari diritti?)
Quel che odio di questa situazione è che mi fa venire una voglia pazzesca – che mi tenta dolcemente, o che peccato sarebbe? – di rintanarmi di nuovo nella torre dʼavorio. Non per blaterare da un podio, stavolta, ma per assaporare un poʼ di silenzio. Leggere parole di gente morta e ascoltare quelle dei vivi che mi scelgo. Facebook è troppo una bolgia. Scrivere lì per ragionare è ormai come entrare al bar di paese e buttare un argomento sul tavolo: la similitudine vale per quanto riguarda le aspettative che si possono avere. Con la differenza – minuscola o enorme – che il fantomatico bar di paese, più mito che realtà, è un luogo in cui si ritrova chi non ha avuto, nella vita, modo di diventare un sapiente (e perciò va al bar, magari dopo una giornata in fabbrica, preferibilmente in una fabbrica ferma alla rivoluzione industriale). Ma la diastratia, la ricordate? Lʼindignazione cocente che porta ad armarsi, il prendere posizione fin da subito con lʼodio che il fanatico matura solo negli anni, lo scrivere con il tono di chi, per bontà divina (o equipollente), con il proprio solo intuito ha una saggezza che schiaccia tutti i ragionamenti altrui, tutte queste cose, insomma, non vengono da persone che non hanno potuto né studiare né hanno potuto, né possono, accedere a fonti di cultura. Vengono da persone laureate – così come si possono contare i (grandi) numeri di chi, auspicandosi nuovi nazi-fascismi militanti, non solo non ha mai visto una guerra, ma probabilmente hanno il cuore che va a mille al primo rumore di notte in casa.
(E faccio male a chiamarli nazi-fascismi. Non lo sono, oggi, non lo possono essere. Qualsiasi cosa uscirà dallʼoggi sarà una cosa nuova, inedita, che in comune con il passato avrà la tendenza di rifarsi a mitici passati a moʼ di consolazione e per auto-legittimarsi.)
E io taccio, spaventata sia dallʼidea di essere coinvolta in una bolgia di recriminazioni travestite da opinioni ben sostanziate (ah, maledetto ipse dixit, nemico nei secoli dei secoli), sia da quella di fare io stessa quel che trovo aberrante. Taccio, e poi, ogni tanto, rigurgito.
 
 
diosbios
14 November 2016 @ 09:21 pm
In questi giorni in cui studio e lavoro s'intersecano e confondono e sovrappongono, a tratti, mentre faccio uscire dalla mia bocca strutture appena apprese per riservarle a unə cliente particolarmente bendispostə, ogni tanto una canzone dai lamentosi toni slavi attraversa il mio spazio-tempo.
Vorrei dare nome a quello che, in questi mesi, con tanto piacere quanta frequenza mi trovo ad ascoltare. Sono note che salgono dalla strada nel finesettimana, incontro in metro nella forma di una persona che le suona di mercoledì (o lunedì o giovedì – non c'è norma, non c'è schema visibile), passano per il computer e io dico:
«Si fermi tutto! E questo cos'è?».
Ma, alla fine della giornata – e quella che segue, e poi ancora in quella successiva, quando ancora mi ritrovo tra le orecchie simili melodie – non so che cosa sia. Non so come chiamare questa tendenza musicale che, dopo essere stata ascoltata una volta, sembra ricomparire, apposta, a ogni angolo. Insisto con il definirla slava, pur sapendo che tale termine è tanto vasto quanto, quindi, in qualche modo offensivo, ma è d'altro canto l'unico appiglio che ho. Per il resto, le canzoni che mi trovo a sentire si presentano con volti diversi: nostalgici, a volte, o invece ridanciani e deridenti come se mi passassero, vivi e noncuranti all'idea della morte, davanti in quel momento.
E, mentre lascio che scandiscano l'ennesima ora, li collego – arbitrarietà per arbitrarietà – alle pagine del Mittner che mi accompagnano in questi giorni di studio e lavoro.
Mittner è quello che ha scritto una Storia della letteratura tedesca più che colossale – ma non per questo sommaria, anzi. Adoro Mittner, creatura di altri tempi eppure distante dai suoi coevi. Doveva essere all'avanguardia quando ha cominciato a scrivere saggi – con quel suo tono ancora accademico nella tenuta, ma ben più vasto e omnicomprensivo dello sguardo che s'immagina negli occhi di un topo da biblioteca. E poi l'ironia, sottile, che non sminuisce la profonda passione con cui passa in rassegna tutti gli autori germanofoni che riesce a ficcare in quelle pagine scritte fittamente, con note ancor più fitte. Vi concentro lo sguardo e tutta l'attenzione mentre in metro, seduta o in piedi, lo leggo. Per tragitti brevi o lunghi. La mattina o la sera. A volte, a letto, sotto le coperte.
Mittner sta fungendo da specchio in cui riconoscermi, in questi giorni in cui ho così poco tempo per stare interiormente con me stessa.
Mittner sta fungendo da filo rosso con cui ritrovare i discorsi che lascio in sospeso.
Questa musica indefinibile, ad esempio. O l'indefinibilità in generale.

Qualche giorno fa, in negozio, un italiano in visita all'amica, di provenienza italiana e ora vivente a Berlino, mi ha chiesto a mento sollevato:
«Sai dirmi perché Berlino piace tanto?»
Per la varietà, di persone e quindi stimoli – che s'incarna, detto in un modo che possa risultare forse più tangibilmente riconoscibile e comprensibile, nel fatto che ognunə può andare in giro come gli/le pare e nessunə per ciò lə guarderà non dico male, ma neanche stranitə. Anzi. Ciò arricchisce la città. La crea. La vivifica. Ci si sente parte attiva di un processo in eterno divenire.
Ma non sono riuscita ad arrivare a dire tanto – le parole non hanno fatto in tempo a essere messe nella giusta forma, nel giusto ordine, e d'altro canto l'italiano già mi stava chiedendo se tutto questo essere diversi dagli altri non sia un'altra moda in sé.
E io, davanti a quest'altra domanda a mento alzato in precoce vittoria, mi sono sdoppiata.
Una parte di me ha capito. Ha capito tutto. Ha capito il riferimento all'essere “diversi dagli altri”, lo ha concretizzato in volti e caratteri e tendenze, e ha anche capito il fastidio in reazione a ciò, e come questo si concretizzi in certe altre persone, che discorsi faccia loro costruire, quali argomentazioni, quali vicoli ciechi, quali strade aperte a futuri sviluppi.
Una parte di me, invece, si è trovata in mare aperto senza più ricordarsi come si nuotasse. O, meglio, a nuotare senza ricordarsi razionalmente come si nuotasse, o così ha pensato, non realizzando che non l'ha mai appreso razionalmente. Eppure sa nuotare. E stava nuotando anche in quel momento.
Detto in altre parole:
Non ricordo più molto bene a che serva domandarsi se essere diversi dagli altri sia una moda in sé. Lo è? Può darsi. Ma, se lo fosse, qui a Berlino – come moda che esiste per farsi notare – avrebbe fallito.
La varietà umana, qui, mi fa pensare a quella delle piante, dei fiori e degli animali che trovo nella strada parallela a quella in cui vivo. A volte ci passo nella speranza di vedere uno dei conigli che vi abitano fare quale saltello di fianco a me. Accade a volte, solo a volte, ma poco conta. Tutte le altre posso osservare corvi e uccelli volare da un ramo all'altro, e le diverse forme e grandezze dei rami, le bacche che vi crescono, o le foglie che li riempiono, e quelle che – cadute dagli alberi – sfumano il cemento con gradazioni di giallo, e i fiori sbocciati e quelli nascosti, e – insomma – i diversi modi in cui gli abitanti decidono di far crescere il pezzo di verde che c'è davanti a ogni casa.
Non c'è niente di particolarmente esotico – o strambo, strano, diverso – nei singoli elementi, sembra. Se c'è – e certamente c'è – partecipa assieme a tutti gli altri a creare uno specifico tipo di paesaggio. Ci sono flore e faune mediterranee, flore e faune tropicali, e le flore e le faune delle specifiche città. Quelle di Berlino sono un groviglio di elementi che, altrove, sarebbero strambi, strani, diversi. Qui sono... come dire?... qui sono, tutto qui. E il lato positivo è che, oltre a poter essere contemplati nel loro insieme, nella loro impressione generale, si fanno sminuzzare con piacere per livelli e livelli, come frattali.
È strana Berlino, con il suo convivere di niqab e neonazisti, rampanti capitalisti e promotori della sostenibilità. Ma poi, se si zooma, risultano strani anche i singoli elementi. Un raffinato braccialetto d'argento sul polso dell'uomo che come capigliatura ha un unico, piatto, lunghissimo dreadlock; un cappello a muso di panda sulla testa della donna in completo elegante. E, se si zooma ancora, la situazione non va che complicandosi. L'uomo potrebbe essere un intellettuale di destra, la donna volontaria in un'associazione per i rifugiati.
Quando si cerca di tornare indietro – alla visione d'insieme – se ne scopre la vanità. Si (ri)scopre quanto sia vano cercare un unico e omogeneo filo rosso che colleghi tutte le parti che compongono un individuo. Berlino aiuta, in questo. Aiuta offrendo abbinamenti tanto improponibile quanto frequenti che rendono inutili le classificazioni. Quella lì sembra una punk anni '80 mescolata con una rastafariana, e quello un hipster mescolato a una drag-queen, ma quello che cosa è...?
Come si può essere diversi quando si è immersi in un mondo di diversi? Diversi rispetto a chi? E a che pro etichettarsi, quando le etichette non aiutano più a dividere in categorie, essendosi le categorie mescolate tra loro senza pudore?

Se il cliente in negozio mi ha fatto tali domande a mento alto, e con pregustata vittoria, è perché di Berlino si parla troppo. Di troppa poca Berlino, e di questa troppo, e nel modo peggiore – ossia quello che si crede migliore.
La Germania non è la nuova America. Pensavo di essere io quella che la serbava con troppo amore nel cuore, al punto d'idolatrarla, ma (per fortuna) mi sono sbagliata (o forse, vivendoci, ho avuto ben poco tempo per adorare l'idolo). Ho visto troppe persone parlarne male con la stessa disillusione e rabbia con cui si parla di unə ex, colpevole, fondamentalmente, di non aver retto alle aspettative dopo essere statə messə alla prova delle nostre necessità. Tanta acredine non può che venire da troppo cieco entusiasmo. Ho chiara e stridente in testa l'intonazione vittoriosa di chi, in un discorso, riesce finalmente ad agguantare un argomento che dimostra che la Germania non è perfetta, e lo usa come se tale imperfezione potesse frantumarla tutta.
La Germania non è il Paese dei Balocchi. Cioè, può esserlo. Per breve tempo vi tratterà con guanti bianchi e con mille riguardi. Questa sarà l'impressione, se verrete qui da un'Italia che, nella nostra testa, non vi tratta come dovrebbe. Di fatto la Germania vi starà semplicemente trattando come reputa chiunque dovrebbe essere trattato – quel chiunque che, di contro, dovrebbe agire in un certo modo. E quel modo non è usare la Germania come fino al giorno prima si è usata la mamma: per farsi mantenere e stirare le camicie – ché, finché si può... Ma sto già ricorrendo a facili cliché per appellarmi a quelli che dovrebbero essere (stati) i miei connazionali. Questa è la cosa peggiore, sapete? Vedere, qui, delle profezie che si autorealizzano. Stereotipi che si disegnano da soli. Italiani che, quasi si stessero dimenticando cosa erano (e probabilmente è proprio così), ricorrono ai cliché cotti e pronti per attaccarsi a una qualche vaga identità italiana. Ed è comprensibile il sentirsi venire meno quello che si era. Si cambia ambiente, si cambiano parametri. Ci si scinde un po', a volte – una parte ricorda, l'altra no. Ma non è poi così male. E' solo straniante. Ma in un modo interessante. Ma sono di parte.
Quel che mi affligge è più che altro la distanza che viene a porsi tra me e le persone, a me care, che continuano a crescere e svilupparsi in un contesto diverso. Diverse coordinate, diversi orizzonti, diversi modi di interpretare le cose e prospettarsele. E, soprattutto, l'inidentificabile – come queste melodie slave che tornano e ritornano a cadenzare le mie giornate, provenendo da non so dove e non so dove andando, e chissà quanto resteranno, e intanto le colgo e accorpo a me.

Non c'è meno inquietudine, qui, né maggior senso. Quello è il mondo, no? Che è fatto così ovunque, se è fatto così nella propria testa.
Ma da qui mi sembra di poterlo osservare meglio – mentre, nel frattempo, vivo come in un'isola che, pur essendo al centro dell'Europa, vive in sé. Attinge da tutto, si fa attraversare da tutto, e forse proprio per questo non riesce a farsi assillare da nessuna delle specificità che la circondano. Come fai a parlare, sia male o bene, dell'Altro, quando l'Altro – sia il cattolico, lo hipster, il neonazista, il musulmano, l'italiano, l'omosessuale, il cinese, il capitalista – non solo è ovunque attorno a te, ma è proprio davanti a te mentre ti vende quello che compri tutti i giorni? Alla fine si parla di tutti e tutto come se nella stessa stanza ci fosse l'intero mondo ad ascoltare – perché non sai quale parte di quel mondo, in quel momento, effettivamente ci sia. E' una specie di panopticon culturale che, anziché indurre al silenzio, spinge a trovare nuovi modi di parlare l'uno dell'altro senza né includere né escludere. Un po' per buona creanza – questa è l'impressione iniziale – un po' per convivenza – questo diventa il fatto poi – un po' perché poi diventa insensato fare altrimenti – e questa è, credo, mera abitudine, per quanto sia un'abitudine da me adorata.

Ho pensato, oggi, a tutte le volte che ho sentito fare battute su omosessuali e islamici (argomentoni del passato e del presente), a cui ho reagito seriamente, per poi sentirmi dire che “era solo una battuta”. Ho pensato, con uno strano cuor leggero, che la risposta che segue è semplice, semplicissima, così semplice da essere diventata un tabù. Suona volgare come un “E tu sei unə coglionə – ma è una battuta, eh”. Perché se una battuta si può fare su una persona, allora si può fare su tutte. Ma non funziona così, vero? Le battute su certe categorie funzionano quando le categorie non sono presenti o, peggio, quando la loro presenza è una minoranza che non detiene granché potere.
(Ehy, vale anche per tutte le battute sugli uomini e sulle donne, su quelli del Nord e del Centro e del Sud, sugli avvocati e sui salumieri – su chiunque, ma proprio chiunque, perché quel che conta è il tono, e l'aspettarsi o il non aspettarsi che la categoria menzionata abbia il diritto e il potere di farti ingoiare quella battuta. E' il segreto per cui non è la parola usata che conta, ma il presupposto e l'intenzione.)
Mi sento in un'isola perché qui, in una città con neonazisti e donne in niqab, alla fine della giornata sono meno stressata da questi immensi dettagli di quanto lo sarei – e sono stata – altrove. E' un piccolo delizioso paradosso che mi tengo stretto stretto al petto, cullandolo e coccolandolo. Non rende la vita meno atroce né meno folle – è un paradosso, d'altro canto – ma mi fa sentire centrata. Più pronta a più cose, in un certo senso. Esiste una parola per questo?

(Ricordatevi sempre che questa è la mia Berlino, che coesiste assieme a tante altre, che probabilmente ne sono l'esatto opposto – ci sono Berlino fatte di faide irrisolvibili, Berlino tutta-natura e Berlino solo-cemento; Berlino in cui tutti si omologano e altre in cui nessuno parla veramente con gli altri; etc etc...)
 
 
diosbios
25 October 2016 @ 09:44 pm
Questa dovrebbe essere la mia settimana libera. (Si chiamano “vacanze autunnali”, qui.)
La frase qui sopra, invece, è un esempio dell’importanza dell’uso del condizionale.

In queste giornate umide dal cielo pressoché inesistente è un bene avere impegni.
L’autunno, qui a Berlino, somiglia a una stanza ammobiliata al minimo indispensabile: è il momento di decidere, finalmente, con che colori completarla, quali cuscini e lampade comprare, con quali immagini tappezzare le alte pareti bianche. In parte è così letteralmente – si veda, a proposito, la nuova federa del cuscino nel suo disturbante verde.
So che non dovrei optare per il verde, in questo periodo dell’anno e nel nord della Germania. La luce fa tutto, sapete? Guardate i paesaggi veneziani e quelli nordici nei quadri più schifosamente famosi che conoscete (e non solo i paesaggi) e giocate a Trova le differenze!. La luce italiana, dorata, qui non esiste. E questo conta, per i colori. I verdi, qui, risplendono nelle loro tonalità più acute, non disturbati dal giallo del tramonto (e del crepuscolo, magnifico crepuscolo). Certi verdi, qui, risplendono nella e della loro potenziale follia. Sanno di libertà e delirio, sono vibranti e disturbanti, vivi e minacciosi. Li adoro.
Per controbilanciare, forse, mi sono rifatta rossa – di un rosso acceso, che probabilmente in Italia sparerebbe come un semaforo, ma qui – senza la dorata luce di cui sopra – vira verso il cupo. Mi mancava, il rosso. Mi mancava quel suo effetto, che non ricordavo, di dare una diversa tonalità alla mia pelle. Non so dirvi quale. Non so se ora sia più calda o più fredda, più rosa o più verde, non so. Ma ci piace.

Con la chioma fresca di henné sono andata, ieri, prima al lavoro e poi ho fatto Feierabend – parola che, ovviamente, non posso tradurre letteralmente. È quel momento di festa – ma festa in piccolo, stacco, riposo, in un bar o equipollenti davanti a una birra o equipollenti – che ha luogo dopo la fine del lavoro, prima di tornare a casa, ma senza essere un aperitivo. E aggiungiamo: era Feierabend solo per me, nel mio grato cuoricino. Ufficialmente era una birra di commiato in onore di un’amica americana che va a vivere in Spagna per qualche mese, in sua e dei suoi amici compagnia.
Qui potrei aprire un’altra enorme parentesi sull’atmosfera dei ritrovi di expats a Berlino. E, anche qui, come traduco expats? “Gente che vive all’estero”, nella sua quasi pedante neutralità, potrebbe rendere la base dell’idea. Non la rende né “stranieri” né “migranti”. Forse, in questa precisa contemporaneità, e precisamente a Berlino, parlare di “espatriati” potrebbe far intuire quella malinconica atmosfera da ritrovo di auto-esiliati ideologici/artistici. Ma “esiliati” è una parola già abbondantemente riempita dai rifugiati presenti in città, e, allora, che dire...?
… Dicevo dell’atmosfera di expats, e probabilmente solo di certi expats, a Berlino, che vorrei tanto descrivere, ma che forse riuscirò solo a tratteggiare rubando immagini altrui. Mi ricorda a tratti quelle riunioni di personaggi, in certi romanzi, che in comune hanno solo il venire da un altro luogo e l’avere una trama da seguire tutti assieme. Unə fa il dottore o la dottoressa, l’altrə il musicista; unə è ricca, l’altrə tira avanti; se fossero venutə dallo stesso luogo, e li fossero rimastə, probabilmente non si sarebbero mai trovatə allo stesso tavolo. Ma già ho l’impressione di aver ristretto troppo il campo, di aver tagliato qualcuno fuori. Di aver osato troppo.
Ieri sera la birra è stata bevuta al fu preferito bar del fu David Bowie, il Neues Ufer, che ha – mantenuta o meno che sia – un’atmosfera accogliente tutta urbana. Non è intima come una Kneipe, né roboante come un luogo di ritrovo in. Se ne sta lì, con la sua devozione al defunto, che guarda tutti dalle pareti senza fretta né obiettivi, accordata all’ottobre che attende gli avventori in strada, un po’ freddo e un po’ silenzioso, ma non ancora colmato né dai mercatini di Natale né dalla neve.
Mi ricorda la severità di certe scuole di inizio Novecento, i passi che rimbombano lungo i corridoi dalle pareti vertiginose, i vetri delle alte pareti che quasi vibrano, e a tenere compagnia – in quei pochi ma pregni metri percorsi – solo la promessa che chi ha ideato quel luogo l’ha fatto con un rigore capace di essere, all’occorrenza, un premuroso guardiano.
Sembra, insomma, di stare in una grande collettiva attesa.

Gli anglofoni mi mancavano più di quanto pensassi.
Da persona cresciuta a fiction americana, posso aspettarmi di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani. Poi mi sento un po’ in difetto perché, in fondo, lì non ci sono mai stata, e di consapevolezza ho solo quella di avere in testa ben più stereotipi di quanti qualche chiacchierata possa smaltire. Ma, così intrappolata tra cliché, facciamo un’altra precisazione, che tutta ai cliché è dovuta: ci sono bidimensionalità e bidimensionalità. Non so se e quanto negli Stati Uniti sia diffuso il prototipo antropologico che poi fa sì che i loro cittadini siano rappresentati sul beota-andante (pensiero che la stessa fiction americana in parte fomenta – l’altro ieri ho visto Suicide Squad, notando atterrita l’esigenza di ripetere e ripetere e ripetere anche le più basilari informazioni di modo che anche lə spettatore/trice più demente possa non perdere il filo dell’esilissimo discorso), e probabilmente non lo saprò mai: ci si attira quel che si cerca, e io mi cerco con piacere, a quanto pare, spiriti che cercano la lucidità, il distacco necessario a una critica (e a un’autocritica) – e, se capita, un po’ di ironia, sia in formato sarcasmo o meno.
Posso aspettarmi, dicevo, di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani, ma non mi aspettavo che la Britishness mi mancasse.
Come faccio, ora, a parlarvi di questo senza scadere nello stereotipo? Perché non posso, veramente non posso, parlavi di cosa e come siano gli americani, o gli inglesi – o i tedeschi, gli italiani, i francesi, i cinesi (poi, con i cinesi, si sfiora lo scoppiare a ridere), e via discorrendo. Non saprei veramente come farlo. L’unica cosa che posso fare è piombare di nuovo sui dettagli – quei dettagli che a volte attraversano persone che in comune hanno una vaga origine, a volte no. È il modo di parlare, di ammorbidire o rafforzare una frase, di interrompere o ascoltare, di esprimere fastidio o non esprimerlo, di imbastire un discorso o smontarlo. O di annuire, semplicemente, o non farlo. Di esprimere apprezzamento, o non farlo.
Non mi sentirete spesso elogiare i britannici (e ancor più, o meno, gli inglesi). Anzi, a dirla tutta, quando assisto agli effetti che la fascinazione britannica scatena mi metto un po’ in disparte, in silenzio, con disincanto (o qualcosa che forse vuole esserlo in reazione) e forse un po’ di saccenza. Il fatto – brutto o bello che sia – è che ho risposte pronte a smontare tutti i miti che vanno per la maggiore, che per la maggior parte sono figli di cliché. Il tè, la compostezza, la politeness, l’ironia a volto serio, l’eleganza, le scarpe. Non perché nel mio cuoricino io non serbi il ricordo di deliziosi momenti santificati da una tazza di tè, del sentirmi a mio agio davanti a un sorriso appena accennato, dell’apprezzare una cortesia così pervasiva da far dimenticare che è un prodotto culturale, e via discorrendo. Ricordo tutto – e di tutto sono spesso pronta a portare l’altro lato della medaglia. È che questo tutto è così spesso così tanto semplificato – questo tutto che, diciamocelo, messo assieme ricorda in modo inquietante un inglese pre-decolonizzazione – da risultare quasi offensivo, e non perché alcuni miei ricordi non rientrerebbero perfettamente, visti dall’esterno, in tale stereotipo, ma proprio perché vi rientrerebbero, e rientrandovi ne verrebbero impoveriti, bidimensionalizzati, la tridimensionalità recisa alla base e schiacciata per meglio conformarsi a una semplificazione.
Sono riluttante, quindi, all’idea di descrivere quel che ieri sera ho ritrovato con una nostalgia che non sapevo di avere. Temo finisca nel calderone, e che fomenti generalizzazione in stadio già abbastanza avanzato. E mi domando, mentre scrivo ciò, se io non stia intuendo il motivo – tutto gretto – per cui alcune persone tanto tengono al riservare a loro stesse i ricordi. Ora, dato che odio riservare cose per me stessa e basta, mi dico che avrò solo bisogno di tempo: il tempo di imparare a parlare anche di questo senza rischiare di renderlo potenzialmente facilmente classificabile nel “già (mal) conosciuto”, di imparare a parlare del nuovo rendendolo riconoscibile senza abusare del vecchio.
Intanto, accumulo.
 
 
diosbios
10 October 2016 @ 06:31 pm
ə  
Penso di non aver mai scritto così tanto in tedesco in vita mia.
E, mentre cerco di farmi diventar naturali i vari “con ciò”, “dei quali”, “al fine di” (nonché tutte le varianti tedesche dei “ci” e “ne” italiani che da soli tutto riassumono), mi domando come io abbia fatto anni fa a scrivere saggi brevi in tedesco sulla letteratura e storia tedesche. Che acrobazie ho fatto, non tanto per scrivere correttamente quanto per, semplicemente, scrivere qualcosa di sensato?
Probabilmente la risposta fa rima con “esigenza” e “pietà”.

Nel giro di due settimane si è passati dalla tarda estate all’inverno inoltrato.
Fa freddo, quel freddo insistente tipico dei primi giorni di gelo, come se l’intera città – mio corpo incluso – dovesse ancora abituarsi a resistergli. Il freddo è scivolato sotto le porte, tra le finestre, attraverso i vestiti, e si è conquistato pavimenti, pareti, lembi di pelle. Sono giornate da passare in casa sepolti da una coperta, un tè al fianco (il mio è in preparazione) e all’altro il lasciarsi andare al sonno di chi è stanco di combattere il calo delle temperature.

Settimana prossima finisco il corso di tedesco B2.2 e a fine mese inizio il C1.1.
(Per chi si fosse persə* le puntate precedenti, i livelli sono: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, a loro volta suddivisi in A1.1 – A1.2 – A2.1 – A2.2 – etc... L’A1.1 è «Io chiama Tizia e viene da Italia», più o meno. Il C2 è una strana creatura tutta immaginaria che parla l’italiano di Umberto Eco ma senza essere madrelingua.)
Ovviamente, come ho appena cercato di far intuire, i livelli del Quadro Europeo sono tutt’altro che obiettivi descrittori. Mentre frequenterò il C1.1 avrò ben poco della fluenza e del vocabolario che le descrizioni del livello suggeriscono, ma è già un bel raggiungimento. Anzi, è soprattutto una curiosità: non ho mai studiato l’inglese fino a questo livello, lasciando che fosse la “vita vera” (enfasi qui, grazie) a insegnarmi gli ultimi livelli. (C’è poi da dire che i livelli di complessità dell’inglese più complesso effettivamente usato non sfiorano neanche quelli più che raggiunti e superati dal tedesco – o dall’italiano – di pari livello. Anche perché altrimenti «Adieu, lingua di scambio internazionale!») Ma abbandoniamo il Quadro Europeo e la sua incoerente astrattezza e andiamo in direzione di un astratto più concreto:
Sto leggendo in tedesco.
Dopo essermi avventurata per le pagine di Der Vorleser, già letto in italiano (e film visto in italiano e inglese) e suggerito appositamente per il livello B2, ho fatto il salto dal trampolino: sto per finire un romanzo in tedesco che ho iniziato a leggere dal nulla, nella piena e totale e disorientante ignoranza. E – l’ho detto? – lo sto per finire. E questo è – indovinate? – rassicurante. E sapete perché?
Perché adesso posso entrare in una libreria di Berlino ed effettivamente scegliermi un libro. (Magari dalla prosa meno complessa di quello che mi attende sul comodino, definito da un madrelingua “poco comprensibile anche per unə tedescə”.) Perché sempre più potrò, sepolta da una coperta e con una tazza di tè al fianco, rilassarmi leggendo libri che posso trovare in qualsiasi libreria. Perché, insomma, costruisco passo passo la mia Gemütlichkeit a Berlino.


* Vi piace lo schwa ( ə ) usato per creare il genere neutro?
Facciamo partire le scommesse su quantə grammar nazi che sbagliano l’uso di “alcunə” e non conoscono la differenza tra “egli/lui/esso” lo troveranno insopportabile? Per chi fosse curiosə, invece, ecco la pronuncia. Trovate lo schwa in inglese, tedesco, francese e – per i conservatori dell’identità linguistica nazionale – in napoletano e piemontese. Adotta anche tu lə “ə”! (Ok, qui ho esagerato di proposito.)
 
 
 
diosbios
26 September 2016 @ 08:25 pm
Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, in un tramonto che già sa di crepuscolo, gli occhi secchi che sbattono dalla stanchezza e il chiedersi se esagerare con l’ennesimo caffè.

Oggi in classe si è parlato di come l’inglese sia entrato, neanche tanto di soppiatto, nel tedesco.
Conoscete l’effetto: viene preso per il culo nella parlata milanese. Immagino che l’acredine che scatena sia dovuta al fatto che l’inglesismo viene abusato per una questione di status. Lo capisco: l’inglesismo è il nuovo latinismo. Eppure...
Oggi in classe si è parlato di come sia importante tutelare le lingue dall’influenza dell’inglese. E lo capisco, quando si parla di un mero impoverimento. Ma quando e come è un impoverimento? Non sarebbe, in teoria, un arricchimento, l’avere a disposizione un maggior numero di termini differentemente connotati?
Oggi in classe si è arrivati a parlare di come l’inglese sia superusato come seconda lingua. Si è arrivati a parlarne male, generalmente male, nel senso di: in termini generici, senza che io potessi più capire che si stesse dicendo.
Si è parlato di tradurre qualsiasi parola, anziché importarla come prestito, e al contempo dell’unicità delle lingue e quindi dell’intraducibilità di alcune parole. Nello stesso discorso.
E io mi sono persa.

Che problemi abbiamo con le lingue?
La mia, di lingua, ha dalla sua quell’unicità che si rivendica per tutte le lingue madri. Solo che la mia, di lingua, è una mescolanza di altre lingue. Parlo, ascolto, leggo, scrivo, penso e sogno in italiano e in inglese. Un po’ anche in tedesco, a volte, ed è solo questione di tempo: ancora qualche forse mese, forse anno, e andrà a far compagnia all’italiano e all’inglese. Chissà a quale sfera semantica, o a quale agglomerato di sensazioni, si uncinerà.
Al momento – in questo periodo di tartassante studio della lingua tedesca – tutto si mescola.
Gültig, ad esempio, in questi giorni ha bellamente soppiantato valid. Smetterà, lo so, ma chissà poi a che cosa toccherà. Per non parlare poi di quel breve verso gutturale che ho cominciato a fare anziché alzare le spalle e dire «Boh!». (Devo insegnarlo, il «Boh!», spalle comprese, come insegnante di italiano.) Non se sia questo a essere il miglior esempio del livello di pervasività che il tedesco sta avendo sulle altre lingue che parlo, o la mia sintassi italiana e inglese, che stanno andando a puttane (ossia stanno seguendo quella tedesca come due deliziose fan). Si assesteranno anche queste cose in un nuovo equilibrio, ma non so che ne verrà poi.
Dopo l’inglese, ad esempio, il mio italiano ha acquisito la forma stare facendo, che sfocia in stare essendo (con il verbo essere si nota di più che con altri verbi, ma la pervasività con cui ha sostituito altre strutture italiane c’è ed è generale), stare venendo fatto, etc... Parliamo poi dell’essere supposti essere, che ha compensato alla mancanza, in italiano, di una differenza tra must-müssen/should-sollen. Non c’è purtroppo una coppia di verbi italiani che io possa contrapporre per rendere questa sfumatura, e così sono caduta sull’essere supposti essere in alcune frasi.
Non riesco a vedere questa come una perdita. L’italiano, come ogni lingua, ha carenze (l’inglese e il tedesco mancano della varietà di tempi verbali al passato dell’italiano; l’italiano della varietà di tempi verbali al futuro dell’inglese; al tedesco manca il gerundio; all’italiano due modi diversi di usare l’impersonale passivo), e a queste carenze il mio cervello sopperisce pescando dalle lingue che conosce. Non sentirei il bisogno di sopperirvi, probabilmente, se non concepissi quello che all’italiano manca. E’ proprio questa mancata percezione della ripartizione del mondo tipica di una lingua straniera X a renderne veramente difficile lo studio. Il resto è ripetizione in un contesto.
Ora, intendiamoci: non scriverò un articolo accademico abusando di stare essendo ed essere supposti essere. Ma perché dovrebbe essermi più difficile dell’evitare di scriverlo scrivendovi c’ha o gli sta bene? Abbiamo (o, perlomeno, necessitiamo d’avere, se vogliamo fare certe cose) padronanza di diversi tipi di sottolinguaggi, e la capacità (o, perlomeno, necessitiamo d’averla, se vogliamo fare certe cose) di selezionare quelli adatti al contesto. Sappiamo modulare il lessico, la sintassi, persino la struttura del testo. Perché dovrebbe essere diverso quando si parla di parlare più lingue?
Le parole italiane che più s’indeboliranno nella mia testa saranno probabilmente cose come contrassegno, ossia quelle parole che non userò più in italiano, e per cui userò un equivalente in tedesco. Ma ci sono poi intere strutture mentali nella mia testa che l’italiano l’hanno visto di sfuggita: non saprei, ad esempio, scrivere un articolo tecnico nell’ambito delle relazioni internazionali, avendo appreso il discorso – e quindi le parole, ma anche il reasoning – direttamente in inglese. (In realtà ormai non saprei neanche scriverlo in inglese, non parlandone da eoni.) L’immaginario fantasy è stato scolpito nella mia testolina di bambina giocando a videogames in inglese. Ditemi mischia e penserò a una cosa: ma melee è altro. Include mischia e ressa, e... ha qualcosa di diverso, come enjoy non è godersi che non è genießen. E tutto questo fa letteralmente parte della mia esperienza. Fattuale.
Se dovessi lamentarmi di come la mia cultura personale va disperdendosi, non più rappresentata dalla lingua, avrei perso in partenza. Forse per questo non capisco i discorsi sul purismo del linguaggio: unificare la mia parlata spontanea a una sola lingua, fosse pure l’italiano, significherebbe rinunciare a parti di me. E’ così che si sente chi, cresciuto in un (teorico) monolinguismo, si trova davanti alla propria lingua modificata? (Come se le lingue, storicamente, non cambiassero in continuazione.)
(E non parliamo di come io abbia appreso molte varianti colloquiali dell’italiano verso i quindici anni, studiandole a tavolino nei discorsi e cercando di capire quando e come applicarle.)

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, a crespuscolo ormai spento, ad ascoltare musica blaterando di questioni astratte che il mio cervello non ha ancora riorganizzato.
Vorrei parlarvi di come in questi giorni io stia studiando la forma dadurch, dass per mostrarvi quali salti tripli la testa debba fare in certi casi per ri-pensare il pensabile ed esprimerlo, ma per parlarvene dovrei condividere con voi buona parte della grammatica tedesca che la precede. It sucks, oder...? Che per condividere si debba aver condiviso.
 
 
diosbios
15 September 2016 @ 06:32 pm
Il vecchio che vive nel palazzo davanti al nostro deve essere stato un mago. O così diciamo.
Esce sul balcone perlopiù per dare da mangiare agli uccelli. Posa il cibo e poi, furtivamente ma con grazia, rientra. Subito dopo i volatili arrivano a frotte. Si cibano, si attardano, volano via. Lui esce di nuovo e pulisce, con quei gesti da mago da cabaret che sono il suo marchio di fabbrica. Se lo incontrassi per strada e avesse le braccia legate non lo riconoscerei. Ma lo riconoscerei a cento metri di distanza, se sollevasse una mano.
Lo vedo al mattino, a volte, mentre sciacquo la tazza del caffè. A volte esce sul balcone e basta, senza apparente ragione, se non per dispensare la dose quotidiana di mani svolazzanti che disegnano opere d’arte nell’aria. A volte penso sia stato un direttore d’orchestra. O forse solo un musicista che, invecchiando, ha passato alle mani la musicalità che prima comandava le sole dita, o la sola voce, o magari solo le orecchie.
Vado adesso alla finestra e lo vedo comparire dietro il vetro. Fa uno sbrigativo gesto, come se stesse dicendo a un uccello: «Su, muoviti!» E poi scompare. Forse non parla con gli uccelli, ma con tutti noi qui fuori. Per questo ce lo immaginiamo cresciuto nella DDR, e immaginiamo quest’enorme fraintendimento: noi che guardiamo lui credendo gesticoli nella nostra direzione; lui che gesticola perché pensa di essere osservato. Chi lo sa? Qui tutte le ipotesi sono parimenti credibili: il mago, il direttore d’orchestra, il musicista, il paranoico. Direi anche «Il pazzo e basta.», ma qui non ci sono pazzi e basta. Si è sempre anche qualcos’altro.
Torno alla finestra mentre lavo quattro pesche tabacchiere (le adoro, e qui abbondano) e lui non c’è. Peccato. Ma ci sarà dopo.

Nell’ultimo anno in Italia uscivo sul balcone per fumare. A volte, sul balcone a sinistra al piano superiore, sedeva un vecchio coreano, lui e la sua bellissima pianta la cui specie ignoro. E lui mi ignorava, perlopiù, se non per qualche raro sorriso lieve nei rari momenti in cui distoglieva lo sguardo dall’orizzonte.
Il vecchio è morto, lasciando la moglie a vivere sola nell’appartamento. Durante le pause-sigaretta ci salutavamo: un lieve cenno della mano accompagnato da un sorriso, poco più di quello che accadeva tra me e il marito.

Queste persone non sapevano, non sanno, e forse non sapranno mai, quanto siano importanti per la mia vita quotidiana. Lo sono più di quelle con cui scambio parole – dal proprietario della panetteria sottocasa con cui ci si scambiano convenevoli di cuore all’insegnante di tedesco che mi fornisce chiarificazioni fondamentali. La loro importanza risiede proprio nell’anonimato. Siamo una persona chiunque l’una per l’altra, e in questo essere chiunque condividiamo l’intimità più insospettabile: quella della quotidianità. Quando poi viene apertamente riconosciuta con un sorriso e un saluto, a manifestarsi è il presupposto del convivere civile in senso positivo: ci si può aiutare a vicenda a far iniziare bene la giornata anche non conoscendosi. Basta un sorriso, o un cenno della mano.
Non so e probabilmente non saprò mai a chi siano rivolti gli aggraziati gesti del vecchio tedesco. Se stesso, gli uccelli, noi, il mondo. Ma, intanto, ce ne fa dono. E io ogni tanto torno alla finestra nella speranza di vedergli disegnare nell’aria una grazia che in un’altra vita sarebbe acclamata da una folla – e forse lo è anche in questa, solo che non lo so.
 
 
diosbios
14 September 2016 @ 08:56 pm
C’è qualcosa nei personaggi recitati da Di Caprio che mi strugge nel profondo.
Non tutti, s’intende. Ma c’è una continuità nel modo in cui ha ricoperto ruoli apparentemente non così simili, ma in qualcosa quasi indistinguibili. È l’essere intrappolato in vendette proprie e altrui (Gangs of New York), o il rimorso che consegue a un amore perduto (Shutter Island, Inception), o quando a tale perdita reagisce con una disperazione grandiosa (The Great Gatsby). È quel senso di oppressione della vita sulla nuca, una vita così colossale nei prezzi che chiede di pagare da prendersi fette di te per saldare il debito. Non sono esattamente le trame in cui ha recitato a essere collegate da un filo rosso (nonostante Gangs of New York e The Departed e Blood Diamonds abbiano molto in comune nel protagonista, così come Shutter Island e Inception), ma credo siano in qualche modo accomunate dal fatto di poter essere completate da un personaggio di quel tipo. Del tipo Di Caprio. Che non saprei come altro definire, facendo per me genere a sé.
Ma comunque.
C’è qualcosa nei personaggi recitati da Di Caprio che mi strugge nel profondo, e non so se sia più il suo essere un prediletto tra i miserabili o il rabbioso silenzio interiore di una persona che ha perso l’amore. Non lo so proprio. Però mi strugge e conforta al contempo. M’immagino questa vita che non ti lascia più molto spazio d’azione, se non uno così tanto ristretto da scatenare la piccola bestia isterica che risiede nell’uomo, e che ha il potere di realizzare grandiosità partendo dalla disperazione.
E questo nel corpo di un ex attricetto su cui nessuno avrebbe scommesso, con quelle fattezze da giovane promettente che si realizzerà al meglio bruciando, come una falena (Total Eclipse). Dà speranza. Come un Rimbaud non morto insensatamente. Un Antinoo non annegato. Un Alcibiade che ce l’ha fatta.

(E mentre mi struggevo sensualmente chiamando all’appello angeli sessuati, la vita ha affossato il lirismo facendomi sbattere il mignolo del piede sul bordo del letto e facendomi bestemmiare per tre minuti.)
 
 
diosbios
03 September 2016 @ 06:17 pm
Mentre faccio pausa dalla preparazione della lezione di martedì (vorrei tanto parlarvi dei miei apprendenti – passati, presenti e futuri – ma non soltanto c’è di mezzo la solita questione della privacy, che rispetto, ma anche un accordo di riservatezza firmato: affinerò sempre più l’arte di parlare di tutto senza parlare di niente, o viceversa), riprendo in mano il romanzo che sto leggendo (L’uomo che metteva in ordine il mondo di Backman) e lo apro all’altezza del post-it a pagina 123:

Un’ora più tardi, sono di nuovo nel garage di Ove. A quanto pare, l’imbranato ha un braccio e una gamba ingessati e dovrà restare in ospedale qualche giorno. Mentre Parvaneh lo informava, Ove aveva dovuto mordersi il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora toglie i fogli di giornale dai sedili della Saab, che puzza ancora orribilmente di gas.


Notate qualcosa di strano? No? Rileggetela di nuovo.
Ancora niente?
Neanche se vi dico consecutio temporum?
Dirvelo, più che aiutarvi, vi confonde? Un po’ confonde anche me, lo ammetto. Non sono neanche sicura di non averla menzionata a sproposito. A dirla tutta, non sono neanche sicura che lì ci sia un errore. D’altro canto l’uso del passato prossimo e del trapassato prossimo, quando usare l’uno e quando l’altro a seconda del tempo principale della narrazione, o meglio, del tempo a cui si riferisce, è stato al centro di diversi scambi che ho avuto con gli autori e le autrici di alcuni racconti che ho editato (nonché di qualche scambio con un’editor di professione).
Potrei, come ho fatto con gli autori e le autrici e l’editor di cui sopra, parlarvi di come il trapassato prossimo si usi per riferirsi un’azione che è passata rispetto al passato. Quel giorno mi svegliai alle 6. Mi era già capitato di svegliarmi così presto. Così come il passato prossimo si usa per riferirsi a un’azione che è passata rispetto al presente. No, grazie, non mi va un caffè. Ne ho già bevuto uno. (Paradossalmente, ma neanche troppo, ho imparato a razionalizzare l’uso del perfetto in italiano apprendendo quello inglese. Ma comunque.) E quindi:

Mentre Parvaneh lo informava, Ove si è dovuto mordere il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora...


(C’è un’altra postilla, a proposito di modali e tempi verbali: in teoria si dovrebbe usare, come ausiliare dei modali, quello del verbo che segue il modale – mordersi, qui, e quindi essere. Ma questo è in qualche modo secondario nel discorso che sto cercando, molto alla larga, di farvi.)
Gli scambi che ho avuto con autori e autrici mentre editavo sono stati dovuti proprio al caos che si spalanca quando in una narrazione usiamo flashback. C’è una linea narrativa al presente (No, grazie, non mi va un caffè, ne ho già bevuto uno.) e una al passato (Ma ieri sera lo avrei accettato: alle sette non avevo ancora bevuto un goccio di caffè.). Così sembra semplice. Quando però ci mettiamo a scrivere un racconto in cui presente e flashback si intervallano e richiamano l’un l’altro, il tutto sulla scia dell’ispirazione, a volte ci si perde. Per una frase, o per interi paragrafi, o addirittura per interi blocchi di narrazione.
Ma sto divagando.
(Ho detto che la sto prendendo molto alla larga, vero?)
Se ho messo un post-it all’altezza di quella pagina è stato perché quel trapassato prossimo poco convincente mi ha fatto ri-riflettere su una questione più ampia: quella della semplificazione della lingua. E non semplificazione nel senso di: Diciamo la stessa cosa ma con meno parole. E’ più un: Smettiamo di dire certe cose perché perdiamo la capacità di utilizzare le forme con cui esprimerle.
Oppure diciamo, senza volerlo, cose diverse, o cose ambigue:

«Ti va un caffè?»
«L’avevo già preso questa mattina.»
«Sì, ma adesso te ne va un altro?


Oppure succede il contrario: la mancante padronanza di una struttura fa sì che non venga neanche riconosciuta.

«Dal suo punto di vista, se tu l’avessi trattato bene, ti avrebbe risposto diversamente.»
«Ma io l’ho trattato bene!»
«Ma dal suo punto di vista l’hai trattato male. Quindi, se
dal suo punto di vista tu l’avessi trattato, diciamo, diversamente da come l’hai trattato dal tuo punto di vista...»
«Ma io non l’ho trattato male!»


Per casi come questi (e la loro escalation che fa sì che una serie di notizie in congiuntivo vengano rilette come fatti assodati all’indicativo; o che eventi di vent’anni fa vengano riletti come se fossero accaduti l’altro ieri, quindi come ancora rappresentativi delle tendenze attuali, senza considerare le svolte che hanno seguito un trapassato prossimo) si esce dalle discussioni prettamente linguistiche e si sfocia in altro. Non so bene che cosa sia, quest’altro. Non so quanto distante o vicino sia (d)all’analfabetismo funzionale. So che è un qualcosa che non riguarda più soltanto la padronanza di strutture della lingua, ma la capacità di rappresentare fatti e opinioni e di interpretare le rappresentazioni linguistiche di un fatto o di un’opinione. Che è una questione che è tutt’altro che intrappolata nei libri: è il pane quotidiano di tantissime cose, tra cui la pubblicità (che, nella maggior parte dei casi, non mente, perché non può mentire; ma può usare la lingua apposta perché sia vaga e conduca, nella sua vaghezza, all’interpretazione più utile a chi vende).
Non è un problema nuovo, né per il mondo né per me. Ma sta diventando un problema per me più cruciale ora che vivo in Germania. Ora che, ossia, la mia esposizione alla lingua italiana è limitata, e quella alla “buona lingua” dipende sempre più da ciò che leggo. Ed è importante, ciò che leggo, in queste settimane in cui il mio numero di refusi ed errori in italiano è esponenzialmente cresciuto mano a mano che apprendo il tedesco. E’ una fase e da tale passerà. Nel frattempo, dipendo dalla lingua esterna a me come una poppante. Dipendo dalla lingua a me esterna come qualsiasi persona le cui abilità linguistiche stiano andando formandosi (beh, dai, un po’ meno – o forse un po’ più, chissà). Per questo, quando inciampo in una frase che non mi convince, vado in paranoia in loop:
Ma quella frase è veramente scorretta?
 
 
diosbios
Winter is coming.
Lo si dice tutt’attorno. Lo dice il cielo certi giorni, e la luce che entra spenta come se si fosse in un interno artificialmente illuminato. Lo dicono le persone, quelle di qui e quelle che qui sono arrivate. Di premunirsi, dicono, prendere tutto il sole possibile, ricaricarsi come piante, e preparare le vitamine e i colori, colori in casa e luce di candele e lampade che ridiano alle camere un po’ del calore estivo.
Me lo diceva qualcosa, quest’estate, mentre cenavo con amiche. Ho detto loro di questo mio timore, questa mia quasi soggezione all’idea dell’arrivo dell’autunno. Di quanto spietata la sua idea sappia essere.

Viaggiare ridimensiona l’esoticità delle cose.
Qualche mese in Inghilterra, ed ecco che l’immaginario di Burton sembra un’appena creativa scopiazzatura di una vecchia casa inglese mal tenuta.
E ora, qui a Berlino, la minaccia di quest’inverno che arriva.

Intanto, le routine riprendono posto.
Sul tavolo: libri di tedesco, dizionari, schemi e appunti.
Sul letto: libro di italiano, fotocopie, lista presenze per il prossimo (si spera, se viene confermato) corso a venire.
Nel frigorifero ancora cibi da mangiare crudi, in testa già zuppe fumanti in cui intingere pane turco ricoperto di sesamo.

Le letture, questa volta, sono un po’ fuori ritmo, così difficilmente associabili alla quotidianità.
C’è un Der Vorleser da riprendere e finire, e intanto un L’uomo che metteva in ordine il mondo in lettura. Nella sua traduzione è inelegante, incespicante, mancante di sprezzatura. Così ieri, distesa sul letto per prendere altro, ho riaperto Il colpo di grazia di Yourcenar, ricordandomi del come, quando e perché me ne fossi innamorata. Potrei rileggerlo, così come dovrei rileggere L’opera al nero. Intanto, ci sono altri libri in attesa.
Il Mittner – colossale antologia della letteratura tedesca – nei suoi tre volumi che vanno dal 1820 al 1970 (e quanto mi spiace che Mittner, essendo morto, non possa scrivere di ciò che è venuto dopo). Un libro sull’etimologia delle parole tedesche, un Genet (l’ultima cosa sua in prosa che mi rimanga da leggere – e poi esaurito, come la Yourcenar, nell’attesa di poter, forse un giorno, leggerli in francese e innamorarmi da capo), un noir/thriller/whatever tutto contemporaneo da recensire, e poi chissà che mi riserveranno i mercatini delle pulci in inglese e tedesco. Verranno probabilmente altri romanzi di Schlink, la cui prosa è approcciabile in tedesco, e un giorno – chissà quando – Die Kunst der Bestimmung, romanzo che a detta di un madrelingua è a malapena approcciabile dei madrelingua (ma me ne sono innamorata; della storia, dei personaggi, dello stile che riesco a sfiorare quanto basta per desiderare leggerlo). E, nel mezzo: altri Foucault. Le parole e le cose che attende di fianco al cuscino. Un paio d’altri libri in italiano, un saggio sul Seicento. E poi chissà. Potrei divorarli tutti (a parte l’inapprocciabile ai madrelingua) in pochi mesi o vederli languire per metà anno, o forse più.

Una volta mi struggevo al pensiero di non riuscire a riportare accuratamente, e in un modo che mi permettesse di renderli ripercorribili, i miei percorsi mentali. Non so se nel frattempo io mi sia arresa, o se sia venuta meno la motivazione, ma è da un bel po’ che smetto di preoccuparmene. In compenso, ora vorrei fare lo stesso dei piccoli passi che compio quotidianamente. Non interiormente, né nel mondo là fuori: mi basterebbe tracciare quelli assorbiti dalle assi di legno di questa casa. Lo scricchiolare e il gemere dei pavimenti, il vento che bussa alle doppie finestre, lo scrosciare di un temporale estivo. Il quasi atono miagolare della gatta, il suo grigiore quasi perfetto, la luce azzurrina di alcuni momenti della giornata, così opposta a quella quasi dorata di altri. Cose così. Quel che compone una quotidianità. Per non parlare di quello che scopro all’esterno.

Credo di stare riuscendo nell’intento di vivere con vividezza il presente – che, credo, sia un modo estremamente ridondante di dire semplicemente “vivere il presente”. Ma tengo a quella “vividezza”: è ciò che mi fa fermare, a volte, in punti diversi tra loro o che si ripetono, annusare l’aria, o ascoltare un suono, o fissare un punto, e sorridere. Nel suo bene e nel suo male, mi sento come immersa in un quadro vivente. Del quadro ha quella perfetta e imperfetta al contempo miscela di elementi selezionati ma che occorrono con naturalezza, ma è vivente, e mi ci muovo e lo percepisco. E’ in qualche modo mio: entra direttamente a far parte della mia esperienza senza bisogno di essere rielaborato a posteriori. E sono atroci, questi momenti: sono così improvvisi e sfuggevoli da svanire in fretta dalla memoria.
E a proposito di memoria (tema tanto importante in questa città): a volte, camminando per una via, mi sembra di riscovare vecchi ricordi, di quelli che sono quasi pura sensazione. Non è né il palazzo sotto cui sto, né la luce delle sue finestre, né quella naturale che tutto circonda, né la musica di sottofondo, né la temperatura impalpabile: è l’insieme scomposto di tutto questo. E così torno a momenti così indietro nel tempo da non saperli datare, né so più dire che cosa, ai tempi, avessi associato a quella sensazione. Erano aneliti, parte di quello che poi avrei potuto chiamare Sehnsucht (nel senso più generale, quello che amo), e ora si ri-realizzano, e con ciò aggiornano, modificano, come se stessi girando una nuova versione di un vecchio film mai girato.